Partendo dal messaggio di papa Leone XIV per la Giornata di preghiera per il creato dal titolo «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci», mi sono interrogate su questo accostamento tra strumenti di morte e strumenti di vita, che mi hanno fatto tornare alla mente alcuni momenti vissuti in Ucraina, a Kyiv e Kharkiv (1-5 ottobre 2025) e a Odessa (24-29 agosto 2026).
In un Paese che vive l’esperienza della guerra, morte e vita si accompagnano a vicenda nella quotidianità. Capita di camminare lungo i viali del centro città di Odesa, tra mamme col passeggino e giovani innamorati, accanto a decine e decine di foto disposte una accanto all’altra che ritraggono i volti dei giovani soldati caduti come “difensori”… Capita che si passa una notte in allerta nei rifugi dalla alle 7 del mattino e il giorno dopo si vada normalmente a scuola e al lavoro… Capita che i magazzini che raccolgono i libri e i testi scolastici vengano bombardati distruggendo milioni di libri pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico e si scelga di incominciare ugualmente le lezioni…
Sono immagini che sembrano appartenere a due mondi diversi: quello della distruzione e quello della vita che cerca di continuare. Eppure sono lo stesso mondo, lo stesso Paese, le stesse persone.
È da questa contraddizione che vorrei partire: che cosa significa custodire la vita quando la guerra cerca di distruggerla? E che cosa significa costruire la pace non soltanto come desiderio, ma come responsabilità?
Per rispondere a questa domanda, mi soffermo e faccio risuonare cinque parole del messaggio del Papa che raccontano contemporaneamente la realtà di un Paese ferito dalla guerra ma che resiste alla vita: ferite, cura del creato, memoria e verità, prossimità, conversione e speranza.
1. Le ferite: la guerra colpisce tutto ciò che permette di vivere
Quando si entra in un Paese in guerra, ci si accorge che la guerra è molto più di ciò che vediamo in tv e che leggiamo nelle notizie. Entra nella vita quotidiana, cambia le abitudini, interrompe il sonno, trasforma un viaggio in treno in un’esperienza di paura. Nel mio diario da Odessa, nell’agosto 2026, ho condiviso con gli ucraini la paura di una notte trascorsa in un rifugio sotterraneo durante un attacco con droni e missili. In quei momenti si comprende concretamente quanto sia fragile quella sicurezza che normalmente consideriamo scontata in una notte tranquilla.
Ma le ferite della guerra non si misurano soltanto nel numero delle vittime o nell’entità dei danni materiali. Sono nei cimiteri, nelle fotografie dei giovani caduti, nelle famiglie separate. E soprattutto nei bambini:
– in quei oltre 20.000 (secondo le segnalazioni ufficiali, ma moti di più secondo fonti locali) rapiti e deportati dai russi affinché fossero “russificati”;
– nei bambini nei quali la paura cronica – causata dal continuo stress di allarmi e bombardamenti – ha sviluppato una patologia particolare di diabete di tipo 1;
– nei bambini per i quali sono stati realizzati spazi sicuri e laboratori ricreativi per elaborare i traumi e rafforzare le competenze emotive e relazionali.
Come ricorda papa Leone XIV, la guerra ferisce «l’intero tessuto vitale»: le persone, le comunità e le loro relazioni. Per questo la pace non può essere soltanto l’assenza di combattimenti. Nella nostra permanenza in Ucraina, abbiamo affiancato le realtà che lavorano coi bambini per far vivere loro esperienze di gioco, laboratori di arteterapia, attività sportive in ambienti protetti.
La guerra non colpisce soltanto chi si trova direttamente sulla linea del fronte. Ferisce il tessuto che tiene insieme una società: la fiducia, la sicurezza, la possibilità di fare progetti, la relazione con i luoghi in cui si è nati e cresciuti. La guerra ferisce la vita nella sua interezza. Per questo la pace deve ricostruire la vita nella sua interezza.
2. La cura del creato: la terra come casa comune
Il messaggio del Papa ci invita ad allargare lo sguardo: guerra e degrado ambientale si alimentano reciprocamente, distruggendo ecosistemi, contaminando risorse essenziali e compromettendo la sicurezza alimentare.
La terra non è uno sfondo sul quale si svolge la guerra. È la casa comune delle persone che la guerra colpisce:
– un campo coltivato ora invaso da mine è il lavoro di una famiglia che viene compromesso e che ricade sul sostentamento di un’intera comunità;
– l’acqua contaminata e resa non potabile è un colpo alla condizione fondamentale della vita;
– un magazzino dei libri bruciato è la cancellazione di una cultura e il desiderio di eliminare una lingua;
– una città distrutta è la cancellazione di una storia condivisa, di relazioni e appartenenze.
Quando questi beni vengono distrutti o contaminati, le conseguenze continuano anche oltre il momento dell’attacco. La ricostruzione diventa più difficile e sono spesso le persone più fragili a pagarne il prezzo.
Ecco perché l’immagine biblica delle spade trasformate in vomeri è così potente. Il vomere prepara la terra perché qualcosa possa crescere: evoca il lavoro paziente, la cura e la fiducia nel futuro. La pace richiede proprio questa trasformazione: orientare risorse ed energie non alla distruzione, ma alla vita.
Non possiamo separare la pace dalla possibilità di abitare una terra senza che essa diventi una minaccia per chi la abita. Custodire il creato significa custodire le condizioni che rendono possibile la vita, oggi e per le generazioni future.
3. Verità e dialogo: difendere la cultura significa difendere il futuro
Ho recentemente incontrato un editore di Kharkiv che continua a pubblicare libri nonostante le distruzioni, perché la resistenza non si misura solo in munizioni, ma anche nella capacità di stampare, distribuire e leggere libri. Una forma di resistenza particolarmente significativa.
Un libro è carta e inchiostro, ma è anche memoria, lingua, conoscenza e libertà. Come la musica, la scuola e l’università, custodisce la storia di una comunità e permette di trasmetterla alle nuove generazioni.
La cultura non protegge da sola una città dai bombardamenti, ma difende qualcosa senza cui la ricostruzione sarebbe incompleta: la possibilità di vivere pienamente, di comprendere il mondo e di immaginare un futuro diverso da quello imposto dalla violenza.
Anche testimoniare significa assumersi una responsabilità. Raccontare ciò che abbiamo visto, ascoltare le persone incontrate e distinguere i fatti dalle interpretazioni permette di contrastare l’indifferenza e di restituire dignità alle storie individuali.
Difendere i libri significa credere che ci sarà ancora qualcuno a leggerli; significa investire in un futuro che la guerra tenta di rendere incerto.
Non basta ricostruire gli edifici: occorre custodire anche la memoria, la cultura e la libertà di un popolo.
4. Prossimità: non lasciare soli
A che cosa serve andare in un Paese in guerra, se non possiamo fermare i bombardamenti? La nostra presenza non sostituisce le decisioni politiche, gli aiuti umanitari o l’impegno diplomatico. Ma sarebbe sbagliato pensare che, poiché non possiamo fare tutto, non abbia senso fare nulla.
La prossimità comincia dall’incontro: ascoltare, conoscere, condividere, cercare di comprendere una realtà che da lontano rischia di diventare soltanto una successione di notizie.
È nei gesti quotidiani di chi accoglie gli sfollati, assiste le famiglie, mantiene aperte le scuole e ripara gli edifici che una comunità continua a esistere. La solidarietà non cancella la guerra, ma contrasta il suo tentativo di spezzare ogni relazione.
Questa responsabilità riguarda anche noi, qui in Italia. Possiamo sostenere chi lavora nell’accoglienza, promuovere relazioni fra comunità, mantenere viva l’attenzione pubblica e chiedere alle istituzioni di impegnarsi per una pace giusta e duratura.
La prossimità è la scelta di non restare indifferenti, di non lasciare che la sofferenza degli altri diventi per noi qualcosa di normale e lontano.
5. Conversione e speranza: trasformare le spade in vomeri
L’immagine riproposta da papa Leone XIV – «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» – non ci parla soltanto di un mondo nel quale le armi saranno scomparse, ma di una trasformazione: ciò che era destinato a distruggere viene convertito in uno strumento che sostiene la vita.
L’esperienza in Ucraina invita e sollecita a
– una conversione personale, che ci impedisca di abituarci alla sofferenza;
– una conversione collettiva, che orienti le istituzioni verso la protezione delle persone e la cooperazione;
– una conversione ecologica, che consideri la terra un bene da custodire e non una risorsa da consumare.
La pace non significa ignorare la violenza o rinunciare alla giustizia. Significa costruire le condizioni perché le persone possano vivere in sicurezza, ricostruire le proprie comunità e partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro.
In Ucraina ho incontrato persone che, nonostante la paura e le distruzioni, continuano a lavorare, educare, stampare libri, suonare, accogliere e progettare. I loro gesti non cancellano la tragedia, ma impediscono alla tragedia di avere l’ultima parola.
Non possiamo fermare da soli una guerra, ma possiamo decidere che cosa fare di ciò che abbiamo visto e ascoltato: custodire la memoria, sostenere chi si prende cura degli altri, difendere la cultura, promuovere la cooperazione e chiedere alle istituzioni un impegno concreto per la pace.
La speranza non è la certezza che tutto andrà bene. È la decisione di non considerare la distruzione come l’ultima parola sulla storia.
Forgeranno le loro spade in vomeri: che questa promessa non rimanga soltanto un’immagine del futuro, ma diventi una domanda per il nostro presente.
Quali risorse possiamo destinare alla cura anziché alla distruzione? Quali relazioni possiamo ricostruire? Quale impegno possiamo assumere nelle nostre comunità?
Custodire il creato significa custodire le condizioni della vita, affinché quella vita possa continuare a crescere, libera dalla paura e aperta alla speranza.
Che la nostra preghiera diventi, ogni giorno, un gesto concreto di cura della nostra casa comune.
CONCLUSIONE
La domanda non è semplicemente se siamo rimasti colpiti da ciò che abbiamo visto, ma che cosa siamo disposti a fare dopo averlo visto.
Tornare dall’Ucraina significa portare con sé una domanda che non si lascia archiviare insieme alle fotografie del viaggio.
Come possiamo dirci custodi del creato se non ci preoccupiamo delle condizioni che permettono alle persone di vivere? Come possiamo parlare di pace se non siamo disposti a costruire relazioni, ad ascoltare chi è ferito, a difendere gli spazi della cultura, dell’educazione e della vita democratica?
La pace è una conversione dello sguardo e trasformazione concreta delle nostre energie, personali e collettive, in strumenti di vita.
Forse forgiare le spade in vomeri significa proprio questo: scegliere, anche quando sembra impossibile, di mettere le nostre energie al servizio della vita. E capire che la pace non comincia soltanto quando tacciono le armi: comincia anche da ciò che facciamo oggi per custodire le persone, la terra e la speranza.







