L’indomani dell’annuncio a sorpresa di Meloni sull’introduzione del tetto del 30% di stranieri per aula, sono entrata in una classe del mio Istituto, in periferia a Milano, e li ho contati: 24 alunni, di cui 8 cosiddetti “stranieri”, secondo le categorie del Presidente del Consiglio.
Ed è qui che ho riflettuto sul lavoro enorme che ogni giorno docenti e personale educativo portano avanti. Perché quei numeri, dentro una classe, non raccontano le storie delle persone. Non dicono chi è nato a Milano, chi è arrivato da piccolo, chi parla perfettamente italiano, chi è appena arrivato e ha bisogno di un sostegno linguistico. Non raccontano le amicizie, i conflitti, gli apprendimenti, la fatica e i progressi. Soprattutto, non raccontano l’integrazione che nelle nostre scuole è già realtà.
Solo a Milano e in Lombardia parliamo di decine di migliaia di studenti nati o cresciuti qui, che studiano, parlano italiano e vivono ogni giorno insieme ai loro compagni, costruendo il futuro dei nostri quartieri.
Questo non significa negare le difficoltà. Significa affrontarle per quello che sono. Un ragazzo appena arrivato che non conosce la lingua ha bisogno di strumenti, tempo, insegnanti e mediatori. E una classe in cui si concentrano fragilità diverse ha bisogno di una scuola più forte, non semplicemente di essere redistribuita. Ma una scuola è più forte se il territorio circostante, tutta la cosiddetta “città intorno”, lavora per aggregare e accompagnare perché spesso il disagio educativo si accompagna al disagio socio-economico in cui vivono i bambini con le loro famiglie.
Il decreto introduce un tetto del 30% per alcune categorie di studenti con cittadinanza non italiana nelle classi prime, con criteri diversi a seconda del grado di scuola e diverse deroghe. Secondo gli stessi dati ministeriali e le analisi sulle classi in Italia, questo tetto riguarderà ben lo 0,6% degli alunni (evito pertanto di commentare l’urgenza di questo decreto!). Se il limite non potrà essere rispettato, sono previste risorse per il potenziamento dell’italiano: complessivamente 17,5 milioni, di cui 3,4 milioni nel 2027 e 14,1 milioni annui dal 2028 per attività extracurricolari.
Il provvedimento interviene anche sul diritto allo studio: 21 milioni aggiuntivi nel 2026 per la gratuità o parziale gratuità dei libri di testo, con l’ampliamento della platea dei beneficiari. Prevede poi 70 milioni aggiuntivi per orientamento, inclusione e contrasto alla dispersione scolastica e 4 milioni l’anno per il biennio 2026-2027 contro il cyberbullismo.
Sono risorse importanti. Ma la domanda politica è: bastano? E soprattutto, sono indirizzate alla causa dei problemi o intervengono soltanto sulle loro conseguenze?
Perché l’integrazione vera non si improvvisa. Richiede programmazione e continuità. Richiede insegnanti, mediatori linguistici, educatori, sostegno, tempo pieno, doposcuola. Richiede classi sostenibili e scuole capaci di diventare più attrattive proprio nei quartieri dove la composizione sociale è più complessa.
Come Comune di Milano stiamo facendo la nostra parte. Abbiamo stanziato 26,5 milioni di euro per il diritto allo studio e 19,8 milioni per l’integrazione scolastica, sostenendo oltre 5.000 studenti e finanziando i quattro Poli Start per l’accoglienza dei minori neoarrivati e dei loro tutor. Nell’ultima variazione di bilancio abbiamo aggiunto altri 16,5 milioni complessivi destinati all’educazione e ai servizi ausiliari.
Garantire risorse alla scuola pubblica significa investire sulla tenuta sociale della comunità e sulla qualità dei servizi per le famiglie.
La politica dovrebbe partire dalle aule vere, non dalle categorie astratte. Dalla domanda di una famiglia che vuole una scuola sicura e di qualità. Dalla necessità di sostenere e pagare adeguatamente chi insegna. Dalla possibilità per ogni ragazzo di imparare l’italiano senza sentirsi straniero nella scuola che frequenta.
Perché governare la diversità significa costruire strumenti per stare insieme, non semplicemente spostare persone da una classe all’altra.
Il rischio è che questo decreto, invece di favorire l’integrazione, alimenti la contrapposizione; invece di rafforzare il senso di comunità, produca estraneità; invece di sostenere la scolarizzazione, finisca per favorire la rinuncia agli studi.
La scuola che abbiamo il dovere di rinnovare non deve decidere chi appartiene e chi no. Deve mettere ogni bambina e ogni bambino nelle condizioni di appartenere al futuro comune.







