I libri bruciano sotto le bombe, ma le parole continuano a circolare più veloci della distruzione. A Kharkiv, epicentro dell’editoria ucraina a pochi chilometri dal confine russo, la resistenza non si misura solo in munizioni, ma anche nella capacità di stampare, distribuire e leggere.
Negli ultimi mesi le forze russe hanno intensificato gli attacchi contro la filiera culturale, colpendo sistematicamente i grandi magazzini della logistica editoriale e i centri di distribuzione del commercio online. I numeri testimoniano una strategia precisa: oltre 12 milioni di volumi inceneriti, con una singola realtà editoriale che ne ha persi 8 milioni in una sola mattina. Il bersaglio sono stati anche i libri di testo destinati alle scuole, poco prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.
Non si tratta di danni collaterali. È il tentativo deliberato di cancellare l’identità linguistica e storica di un Paese per imporne una russificazione forzata. La cultura fa paura a chi aggredisce perché conserva la memoria collettiva e la verità dei fatti, elementi incompatibili con la narrazione dell’occupante.
Di fronte a questo scenario, la risposta del mondo editoriale ucraino è di un pragmatismo disarmante. Oleksandr Krasovitsky, fondatore di un gruppo con più di cento collane e migliaia di titoli, racconta una quotidianità fatta di resoconti settimanali sulle scorte perse nei bombardamenti e di ritmi di vendita riorganizzati per distribuire le tirature prima che i depositi vengano presi di mira.
L’abbaglio del dibattito occidentale
Questa realtà di fatto mette a nudo le distorsioni del dibattito politico nostrano, spesso incastrato in un cortocircuito incapace di distinguere tra difesa e offesa, tra ricerca della pace e pretesa della resa. Mentre a Kharkiv si rischia la vita per stampare libri, in Occidente si scambia la legittima critica alle nostre democrazie con una deriva anti-occidentale che finisce per dimenticare i valori fondativi della libertà e dell’autodeterminazione.
Si continua a sbandierare la cultura antifascista senza voler riconoscere le forme contemporanee di fascismo e di imperialismo, come quello mostrato dal regime di Putin. Si accusa l’Europa di bellicismo e di provocare l’escalation, ribaltando la realtà: non siamo noi ad aver aggredito l’Ucraina, così come la deterrenza non è un desiderio di guerra, ma lo strumento indispensabile per prevenirla ed evitare di finire sottomessi.
La scelta degli editori di Kharkiv dimostra che l’Ucraina non è mossa da retorica del martirio o da un impulso autolesionista. Continuare a pubblicare significa affermare la propria esistenza, rifiutare la condizione di schiavitù e rivendicare il diritto a un futuro autonomo all’interno dello spazio culturale europeo.








