Ho partecipato al Pellegrinaggio al femminile, una proposta turistico-educativa e spirituale che attraversa il territorio di Chiaravalle mettendo al centro una prospettiva che mi ha particolarmente colpita: la riscoperta delle figure femminili che, nei secoli, hanno lasciato tracce nella storia dell’Abbazia e della comunità che le circondava.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra l’Abbazia di Chiaravalle, la cooperativa sociale Koinè, Nocetum, il Cammino dei Monaci, la Fondazione Grana Padano e il Parco Agricolo Sud Milano. Un intreccio di realtà diverse che racconta bene la volontà di valorizzare un luogo, farlo vivere, conoscere e restituire alla comunità.
Ed è proprio questo intreccio, tra memoria e futuro, spiritualità e sociale, natura e persone, che accompagna tutto il percorso.
Riscoprire il femminile in un luogo che immaginiamo maschile
Quando pensiamo a un’abbazia cistercense, la prima immagine che probabilmente ci viene in mente è quella di una comunità maschile, di monaci, di preghiera e lavoro.
Eppure i Cistercensi, fin dalle origini dell’Ordine nel Medioevo, hanno avuto una particolare attenzione anche alle figure femminili e alla spiritualità delle donne.
Il Pellegrinaggio parte proprio da qui: dal desiderio di riportare alla luce storie che rischiano di rimanere ai margini. Non per contrapporre uomini e donne, ma per ricordarci che anche in luoghi che la nostra immaginazione associa prevalentemente al maschile, la presenza e il valore del femminile sono stati importanti.
La prima tappa è l’Abbazia e il cimitero claustrale. Qui la storia si fa concreta. L’Abbazia venne soppressa nel 1798 e, nel corso del tempo, il cimitero fu spostato fuori dall’abitato. Rimangono le cappelle gentilizie, alcune delle quali risalenti al XIII secolo, e le tracce di persone che hanno attraversato epoche e vicende molto diverse.
Tra queste c’è Guglielma da Milano, la cosiddetta Boema, figura laica e mistica della quale le fonti storiche conservano ancora molti interrogativi. Morì il 24 agosto 1281 e intorno alla sua figura nacque un movimento religioso che la considerava una presenza spirituale straordinaria.
Nel cimitero incontriamo anche memorie più vicine a noi, come quelle di Raffaele Mattioli e Teresa Pomodoro. È un luogo nel quale passato e presente sembrano dialogare continuamente.
Una donna che ascolta e una donna che annuncia
La riflessione prosegue con padre Luciano, che propone il racconto dell’incontro tra Gesù e la Samaritana, un passaggio in cui è stato sottolineato il valore dell’ascolto: Gesù si siede, si ferma, ascolta, non ha fretta, chiede semplicemente dell’acqua. Da una necessità materiale si passa progressivamente a un piano spirituale, fino alla scelta di inviare proprio la Samaritana a portare il nuovo annuncio. Una donna che, in quel racconto, non è semplicemente destinataria di una parola: diventa protagonista di una parola da trasmettere.
E forse è proprio questo uno degli elementi più interessanti del percorso: guardare alla storia anche attraverso la capacità delle donne di generare relazioni, custodire conoscenza, trasmettere visioni e costruire comunità.
Ildegarda di Bingen e l’energia vitale della natura
Il percorso è arricchito dalla presenza della teologa Moira Scimmi, che ci introduce nella figura di Ildegarda di Bingen, una delle personalità femminili più straordinarie del Medioevo.
Ildegarda parla di viriditas, la “verde vitalità”: una forza vitale che attraversa la natura, le persone e il creato. È una visione profondamente olistica, nella quale uomo e donna non sono separati dall’ambiente, ma ne fanno parte.
Mi ha colpito soprattutto il legame con la terra e con le stagioni. La natura cambia, e anche noi attraversiamo stagioni diverse della vita. Riconoscere la stagione in cui ci troviamo significa forse imparare ad accoglierla, senza pretendere di essere sempre uguali a noi stessi.
È una riflessione sorprendentemente contemporanea: l’idea di una persona “ecologica”, in equilibrio con ciò che la circonda, e di una comunità che riconosce il proprio legame con il territorio, come hanno sempre saputo fare i monaci.
Ildegarda, inoltre, sottopose i propri scritti a Bernardo di Chiaravalle. Anche questo dettaglio racconta una donna che, in un’epoca complessa, seppe conquistare uno spazio autorevole per il proprio pensiero.
Il Cammino dei Monaci e i monaci “imprenditori”
Lasciata l’Abbazia, il percorso entra nel paesaggio agricolo attraverso il Cammino dei Monaci, una rete di itinerari che richiama le antiche vie che collegavano le abbazie del Nord Europa con la Via Francigena. Qui la spiritualità incontra il lavoro.
Le marcite sono forse l’esempio più evidente di questa capacità di leggere e trasformare il territorio. Attraverso una sapiente gestione dell’acqua, resa possibile da fossi e canali che mantenevano una temperatura relativamente costante, era possibile ottenere più tagli di foraggio nel corso dell’anno.
I monaci erano, in questo senso, anche grandi organizzatori del territorio: agricoltori, tecnici, amministratori. Una sorta di “imprenditori” del loro tempo, capaci di mettere insieme conoscenza, lavoro e sostenibilità delle risorse.
Camminando in questo paesaggio si comprende come la storia dell’Abbazia non possa essere separata dalla storia agricola del territorio milanese.
E proprio qui riaffiora anche una figura femminile del Novecento, quella della poetessa Antonia Pozzi, legata a questi luoghi e alla sua tragica morte nei pressi dell’Abbazia.
Dalla spiritualità alla comunità
Il percorso arriva infine a Nocetum, dove cambia anche la prospettiva: dalla dimensione spirituale e culturale si passa a quella sociale. La comunità che vi abita ha riscattato questo spazio dall’abbandono e dall’occupazione e l’ha fatto rinascere in tutta la sua bellezza come preziosa risorsa capace di costruire relazioni e inclusione. Nell’ottica dell’ecologia integrale di papa Francesco: «ascolto del grido della terra e grido dei poveri» .
Il lavoro di Koinè e di Nocetum si inserisce proprio in questa dimensione: il territorio come luogo di incontro, di educazione, di accoglienza e di partecipazione. Attorno a questo sistema troviamo anche esperienze come i gruppi di cammino legati alla Cascina Campazzo, il Depuratore di Nosedo con il Parco della Vettabbia e il Sentiero della Vita ma anche il mondo della ricerca rappresentato dal Mario Negri. Sono realtà diverse, che insieme raccontano come un territorio è vivo quando mette in relazione ambiente, persone, cultura, lavoro e cura.
Restituire valore alla comunità
In questo racconto si inserisce anche la Fondazione Grana Padano, impegnata nella tutela e valorizzazione dell’Abbazia attraverso il progetto di raccolta fondi “Intrecci”, inserito nel programma Art Bonus e finalizzato al rifacimento delle coperture della chiesa abbaziale. Proprio per questo il Pellegrinaggio è stato sostenuto economicamente dalla Fondazione, per consentire che quanto raccolto attraverso le donazioni dei partecipanti potesse essere destinato direttamente alla comunità monastica.
Non è un dettaglio secondario. La storia del Grana Padano è infatti legata proprio alla tradizione dei monaci cistercensi, che nei secoli hanno sviluppato tecniche di produzione e conservazione del latte. Oggi quella storia torna in una forma diversa: una parte del valore generato viene restituita alla comunità attraverso il sostegno a interventi di tutela, iniziative culturali e attività di sensibilizzazione.
Anche questa è una forma di economia del territorio: creare valore e, allo stesso tempo, contribuire a restituirlo.
Chiaravalle, una storia che continua
Alla fine del Pellegrinaggio mi è rimasta la sensazione di aver attraversato un luogo che non appartiene soltanto al passato e forse proprio per questo ambisce a diventare Patrimonio Unesco. Chiaravalle è un pezzo della storia di Milano, ma è anche un laboratorio nel quale si incontrano cultura, agricoltura, ambiente, spiritualità, impresa e sociale.
E il filo conduttore femminile rende questo racconto ancora più significativo, perché significa andare oltre una storia fatta soltanto di grandi uomini, monaci, istituzioni e monumenti. Significa cercare le donne che hanno abitato questi luoghi, li hanno attraversati, hanno pensato, pregato, scritto, curato, costruito relazioni e lasciato tracce.
È anche un modo diverso di guardare alla tutela della donna: non soltanto come tema da affrontare quando emergono discriminazioni o violenze, ma come riconoscimento del contributo femminile alla storia, alla cultura e alla costruzione delle nostre comunità.
Forse è proprio questo il senso più profondo di un pellegrinaggio: camminare in un luogo antico e scoprire che, in realtà, ci sta ancora parlando del nostro presente.








