Quest’estate sono stata a Odesa, in Ucraina, per partecipare a una missione di pace insieme a circa 130 attivisti del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta.
È stata la mia seconda esperienza in Ucraina e, ancora una volta, ho potuto vedere direttamente cosa significhi vivere in un Paese in guerra.
Odesa è una città nella quale le sirene possono interrompere la vita quotidiana, dove i cimiteri raccontano il prezzo umano del conflitto, dove scuole e abitazioni possono essere colpite. Ma è anche una città nella quale le persone continuano a vivere, lavorare, aiutare gli sfollati, difendere le proprie istituzioni e la propria democrazia.
Una delle esperienze più forti è stata trascorrere per ore in un rifugio sotterraneo, durante una notte di attacchi con droni e missili.
Vivere, anche solo per qualche giorno, questa realtà cambi profondamente il modo in cui si guarda alla parola pace.
Perché la pace, quando la guerra è così vicina, non è un’astrazione o qualcosa che si possa gestire a distanza di sicurezza. Non è soltanto una dichiarazione di principio. È una necessità concreta, quotidiana. E soprattutto è una responsabilità politica.
È proprio da questa esperienza che nasce e si rafforza l’impegno che sto portando avanti, col mandato di tutto il Consiglio comunale, per contribuire all’organizzazione di una Conferenza internazionale sulla pace. Non considero questa iniziativa semplicemente l’organizzazione di un evento. Credo che oggi ci sia bisogno di creare uno spazio politico nel quale la pace torni ad essere al centro del confronto delle istituzioni.
In questi mesi il dibattito europeo sulla sicurezza è stato inevitabilmente dominato dal riarmo, dall’aumento delle spese militari e dalla deterrenza.
Ma credo che, proprio di fronte alla guerra, abbiamo il dovere di ampliare il nostro concetto di sicurezza.
Sicurezza non significa soltanto proteggere i confini. Significa anche proteggere le persone, le comunità, le istituzioni democratiche, i bambini, le scuole, i luoghi della cultura e della vita quotidiana.
A Odesa abbiamo incontrato amministratori locali, rappresentanti della società civile, volontari, realtà religiose e persone che ogni giorno cercano di tenere insieme la propria comunità.
Abbiamo parlato di accoglienza degli sfollati, di trasparenza, di lotta alla corruzione, di difesa dello Stato di diritto e della necessità di costruire strumenti europei di sicurezza civile.
E da questi incontri è emerso un messaggio che considero fondamentale: l’Ucraina non chiede soltanto aiuti materiali. Chiede presenza, relazioni, riconoscimento, solidarietà e dignità.
È questa la ragione per cui credo nella cosiddetta diplomazia dal basso.
La pace non si costruisce soltanto nelle grandi capitali, nei vertici internazionali o nei palazzi della diplomazia.
Si costruisce anche nelle città, nei territori, attraverso le relazioni tra comunità e attraverso la capacità delle istituzioni locali di creare ponti.
Ed è qui che anche un Comune come Milano può avere un ruolo.
La Conferenza internazionale che stiamo cercando di costruire vuole essere un luogo di confronto, ma soprattutto un luogo nel quale provare a trasformare le parole in proposte concrete.
Tra queste, considero particolarmente importante il tema dei Corpi Civili di Pace europei: strumenti strutturati di prevenzione dei conflitti, mediazione, protezione delle popolazioni e ricostruzione delle relazioni.
Non si tratta di contrapporre ideologicamente strumenti militari e strumenti civili.
Si tratta di affermare che una politica seria della sicurezza deve avere anche una dimensione civile, diplomatica e nonviolenta.
Se vogliamo che la pace sia possibile, dobbiamo costruire già oggi le relazioni, gli strumenti e le istituzioni che possano renderla possibile domani.
Per questo considero importante condividere questo percorso con il Consiglio comunale. Perché la pace non appartiene a una parte politica, a un’associazione o a una singola persona.
La pace è una responsabilità istituzionale e collettiva.
E credo che anche dalla nostra città possiamo dare un contributo: non limitarci a guardare ciò che accade nel mondo, ma scegliere di essere parte di una rete europea e internazionale che prova concretamente a costruire dialogo, solidarietà e sicurezza civile.
Odesa, quest’estate, è stata per me una tappa importante. La conferenza internazionale sulla pace che stiamo cercando di costruire vuole essere il passo successivo: trasformare un’esperienza vissuta sul campo in un’iniziativa politica, istituzionale e internazionale.
Perché oggi parlare di pace non significa essere ingenui. Significa assumersi la responsabilità di costruirla.
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