Ci sono temi nel dibattito pubblico che non consentono scorciatoie ideologiche, né la solita contrapposizione da stadio. Il dibattito sulla regolamentazione del suicidio assistito interroga direttamente la natura della nostra democrazia, ponendoci di fronte a una domanda fondamentale: qual è il compito della politica quando si trova a misurarsi con la fragilità, il dolore estremo e la dignità umana?
L’esperienza del Veneto e le parole espresse nell’intervento di Anna Maria Bigon nel corso del Consiglio Regionale del Veneto del 1° settembre 2026, durante le operazioni di voto sulla legge regionale per il suicidio assistito offrono uno spunto di riflessione cruciale. La scelta compiuta dalla consigliera del Partito democratico dimostra un passaggio metodologico fondamentale. Nel 2024 il suo voto di astensione fu decisivo per affossare la legge: fu una scelta sofferta, di coerenza e rigore, che sollevava il tema delle cure palliative e mirava a respingere un testo poi rivelatosi effettivamente incostituzionale. Dopo di che, Bigon decise di lavorare per arrivare a una proposta migliore: un testo che tutelasse la dignità della vita sempre, con emendamenti che, modificando sostanzialmente il testo, lo hanno fatto approvare.
Questi passaggi ci insegnano che la politica autentica non deve dividere o cercare bandierine da piantare, ma deve esser capace di costruire ponti e dimostrare di sapersi prendere cura delle fragilità.
Due principi indivisibili: libertà e responsabilità collettiva
Al centro di questo dibattito non c’è semplicemente una decisione burocratica o una procedura medica. C’è il rapporto tra la persona, la propria sofferenza e la comunità.
La convivenza civile e costituzionale si regge sul delicato equilibrio tra due principi chiave: da un lato la libertà di scelta individuale, intesa come rispetto della coscienza e dell’autodeterminazione della persona; dall’altro la difesa della vita come responsabilità collettiva, che significa rifiuto dell’abbandono, tutela dei più deboli e presa in carico del dolore.
Questi due elementi non sono in contrapposizione antagonista, ma due facce dello stesso dovere civile e morale perché rappresentano volti diversi della medesima dignità della persona. Ignorarne uno in favore dell’altro significa impoverire il senso stesso di comunità: tutelare la libertà senza offrire vicinanza trasforma il diritto in solitudine; difendere la vita astrattamente senza farsi carico della sofferenza reale rischia di scivolare nell’accanimento o nell’indifferenza.
Mettere al centro la persona significa, prima di tutto, garantire che nessuno arrivi a chiedere la fine della propria esistenza solo perché lasciato solo di fronte alla malattia. In quest’ottica, il voto del Veneto non sancisce la vittoria di chi urla lo slogan “Liberi Subito” facendo prevalere la libera scelta individuale, ma piuttosto la vittoria di un lavoro di confronto e di dialogo per integrare e potenziare strutturalmente le cure palliative nella legislazione regionale, rispondendo così al dettato costituzionale che tutela la persona e sollecita la responsabilità della comunità. Questo risultato è tutt’altro che un ripiego. Si afferma, invece, come condizione di civiltà indispensabile e a mio parere imprescindibile.
I valori personali e il dovere della politica
In una società plurale, il confronto su questi temi porta con sé un portato emotivo, etico e valoriale denso, da cui nessuno può e deve spogliarsi. Le convinzioni personali, la fede o una visione laica della vita non sono ostacoli al dialogo, ma la ricchezza con cui ci si presenta all’incontro con l’altro.
La fede e la difesa della vita non si contraddicono quando ci si sforza di trovare risposte istituzionali giuste ed equilibrate per tutti. Chi governa o rappresenta le istituzioni ha il dovere morale di tradurre questi principi in strumenti legislativi accessibili, chiari e dignitosi per l’intera collettività.
L’urgenza di una legge nazionale e il ruolo del Parlamento
Il punto di caduta attuale è un Paese bloccato. Lasciare l’Italia priva di una legge quadro nazionale è una scelta gravissima, che finisce per scaricare sui tribunali o sui singoli giudici responsabilità etiche e legislative che spettano alla politica. Questo vuoto genera incertezza, disparità di trattamento tra i cittadini e costringe le famiglie a dolorose e complesse battaglie legali.
Ne consegue un approccio frazionato da parte delle singole Regioni, che devono definire la procedura sanitaria con cui persone in determinate condizioni di salute, possano accedere al suicidio medicalmente assistito. La
gestione di una materia così delicata a livello regionale rischia di creare un’Italia a “macchia di leopardo”, dove la dignità e i diritti dipendono dal codice di avviamento postale.
Invece è il Parlamento italiano la sede naturale e irrinunciabile dove questa sintesi va trovata. Il percorso intrapreso nella scorsa legislatura con la proposta di legge Bazoli aveva già dimostrato che è possibile costruire un punto di intesa trasversale e condiviso, combinando il rigore delle garanzie con il rispetto dell’autodeterminazione. Riprendere quel filo, superando i calcoli tattici di maggioranza o i veti ideologici che oggi ne rallentano l’iter, non è solo un’opportunità politica, ma un preciso dovere costituzionale e umano verso il Paese.







