Mentre il dibattito pubblico occidentale continua a muoversi quasi esclusivamente lungo l’asse del riarmo, dell’incremento delle spese militari e di una sicurezza delegata alla deterrenza bellica, esiste una politica che sceglie di fare un’altra strada. È una politica fondata sull’esperienza concreta della società civile, che trova le sue radici nei principi costituzionali e nella visione di figure come Alex Langer: quella dei Corpi Civili di Pace, del rafforzamento del Servizio Civile e della sicurezza centrata sulla protezione delle persone, non sui confini armati.
Per toccare con mano cosa significhi costruire sicurezza dal basso, sono partita per Odesa insieme a 130 marcianti del MEAN (Movimento Europeo Azione Nonviolenta). Un viaggio organizzato e condiviso con la società civile ucraina per testimoniare la nostra vicinanza – e auspicabilmente quella di tutta l’Europa – a un Paese in guerra che non intende rinunciare alla propria vita democratica.

La resistenza della quotidianità e i volti del conflitto
I primi giorni a Odesa mostrano subito la doppia anima di un Paese in guerra. Da un lato c’è il dolore composto dei cimiteri cittadini, distese di bandiere gialle e blu piantate sulle tombe di giovani e giovanissimi caduti al fronte. Dall’altro, c’è una comunità che ha sviluppato una forma perentoria di resistenza: continuare a vivere.
Tra le allerte aeree che risuonano ripetutamente sugli smartphone, la vita urbana non si ferma. Nei dialoghi con il Vescovo Stanislav Szyrokoradiuk e nelle piazze condivise con il Nunzio Apostolico Visvaldas Kulbokas emerge una certezza: l’Ucraina non chiede solo aiuti materiali, ma presenza, riconoscimento e dignità. Un concetto ribadito nei centri della Caritas dove abbiamo fatto animazione con i bambini sfollati, e nelle strutture religiose dove centinaia di volontari lavorano quotidianamente per distribuire beni prima necessità, ripristinare edifici danneggiati o intrecciare reti di protezione.

Istituzioni locali e democrazia partecipata
Uno dei passaggi più significativi della missione è stato il confronto con gli amministratori locali dell’Oblast di Odesa e con il sindaco facente funzione della città. Lungi dall’essere incontri di facciata, i tavoli di lavoro hanno affrontato nodi cruciali per il futuro democratico e l’integrazione europea del Paese:
– Trasparenza e istituzioni: Il sostegno al movimento anticorruzione locale come pilastro per difendere la democrazia sotto pressione bellica.
– Welfare e profughi interni: La gestione dell’accoglienza per centinaia di migliaia di sfollati arrivati dalle zone più esposte ai combattimenti.
– Sicurezza civile: La costruzione di percorsi concreti per l’istituzione dei Corpi Civili di Pace europei.
La risposta della città alla violenza è anche culturale. Insieme agli ucraini abbiamo cantato ‘O sole mio durante il meraviglioso concerto offertoci all’interno del parco Taras Shevchenko, scoprendo che questo capolavoro della musica italiana fu composto proprio a Odesa. Marciando dall’Opera alla famosa scalinata Potëmkin, abbiamo intonato anche l’inno patriottico Oy u luzi Chervana Kalyna non come gesto folcloristico, ma come atto di affermazione identitaria di una comunità che rifiuta la cancellazione.

La notte nel rifugio e la proposta politica
Abbiamo sperimentato direttamente la dura realtà del conflitto nel corso della terza notte passata in città: cinque ore trascorse nei rifugi sotterranei mentre sopra i tetti risuonano le esplosioni dei droni e dei missili. Il mattino seguente porta la conta dei danni a scuole ed edifici residenziali, ma anche la necessità di riorganizzare gli spostamenti per via dei ponti danneggiati.
È proprio in questo contesto che l’azione nonviolenta rivela la sua natura politica più profonda. La pace non è un concetto astratto da professare a distanza di sicurezza, ma un “compromettersi sul campo”. Al termine dei tre tavoli di confronto con la popolazione e le autorità locali, ha preso forma la bozza della Dichiarazione di Odesa sulla Sicurezza civile europea.

Quale Europa vogliamo costruire?
Tornare in Italia significa portare con sé una responsabilità precisa verso le istituzioni europee e nazionali. L’Europa non può ridursi a un mero confine geografico o a un’alleanza difensiva burocratizzata; deve riscoprirsi come una comunità politica capace di stare accanto ai popoli con strumenti civili, disarmati e strutturati.
Rigenerare fiducia, creare relazioni transnazionali durature e sostenere chi difende lo Stato di diritto sotto le bombe sono le precondizioni per qualsiasi futuro percorso di ricostruzione e riconciliazione. La presenza a Odesa è stata solo una tappa: la proposta dei Corpi Civili di Pace resta ora sul tavolo della politica europea.







