Il nuovo disegno di legge del Governo sulla giustizia minorile introduce un cambiamento significativo: per i quattordicenni viene prevista una presunzione di capacità di intendere e di volere, salvo prova contraria, con un conseguente inasprimento della risposta penale. È una scelta che merita di essere discussa senza slogan e senza semplificazioni.
Perché una domanda viene prima di tutte le altre: abbiamo davvero fatto tutto il possibile per evitare che quei ragazzi arrivassero davanti a un giudice?
La violenza giovanile esiste. Nessuno può negarlo. Le vittime hanno diritto alla tutela e lo Stato ha il dovere di garantire sicurezza. Ma sarebbe un errore pensare che un fenomeno così complesso possa essere affrontato quasi esclusivamente con strumenti repressivi. La repressione interviene quando il danno è già avvenuto. La politica dovrebbe avere l’ambizione di arrivare prima. Prima che un ragazzo abbandoni la scuola. Prima che una famiglia resti sola. Prima che il disagio diventi rabbia. Prima che la rabbia diventi violenza. Prima che la violenza diventi un fascicolo giudiziario.
Personalmente non considero un tabù discutere di imputabilità o di responsabilità penale dei minorenni. Se una società decide di chiedere più responsabilità ai propri ragazzi, quella richiesta può essere legittima. Ma solo a una condizione: che lo Stato si assuma, con la stessa determinazione, la responsabilità di creare le condizioni perché quei ragazzi possano davvero crescere bene.
Questo significa investire per ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, offrire pari opportunità di partenza, sostenere le famiglie, rafforzare la scuola, la salute mentale degli adolescenti, gli educatori di strada, le associazioni e tutte quelle reti educative che intercettano il disagio prima che diventi devianza.
La questione, infatti, non è soltanto quanto si spende. È come si sceglie di investire. Perché educare non è una voce di bilancio: è una scelta politica. Significa formare, accompagnare, ascoltare. E poi ancora formare, accompagnare, ascoltare. Con continuità, con presenza, con relazioni autentiche. Educare significa esserci e costruire relazioni, continuità, fiducia.
Recentemente è stato rinnovato e ampliato il progetto Giovani IN Rete 2026-2027 promosso dagli Oratori delle Diocesi Lombarde e finanziato col contributo di Regione Lombardia, che valorizza il ruolo educativo, sociale e aggregativo degli oratori e delle associazioni sportive delle diocesi lombarde. È una buona notizia, perché proprio don Bosco – fondatore degli oratori – ci ha insegnato che un ragazzo cambia quando incontra un adulto che gli offre fiducia, non soltanto una sanzione: don Bosco non cambiava i ragazzi con la paura della punizione, ma offrendo loro una possibilità, una presenza, una comunità.
Punire, quando serve, è un dovere dello Stato. Ma non può essere l’unica risposta. Perché una politica che interviene soltanto dopo il reato ha già rinunciato alla parte più difficile del proprio compito: prevenire.
La forza di uno Stato non si misura dal numero delle pene che introduce, ma dal numero di ragazzi che riesce a sottrarre al disagio, alla solitudine e alla criminalità.
Se chiediamo ai nostri giovani di essere cittadini responsabili, allora lo Stato deve essere il primo a esserlo. Perché la sicurezza non nasce nelle aule dei tribunali. Nasce molto prima: in una scuola che non lascia indietro nessuno, in una famiglia sostenuta, in un educatore che tende una mano, in una comunità che sceglie di prendersi cura dei propri ragazzi.
È lì che si costruisce il futuro. Ed è lì che la politica dovrebbe avere il coraggio di investire.
Qui una sintesi del mio intervento in Consiglio comunale







