In occasione della Giornata internazionale Nelson Mandela (18 luglio), indetta dalle Nazioni Unite, sono stata invitata a partecipare a un intenso incontro con lettura di testi e articoli della Costituzione e ascolto di brani musicali, promosso da Sesta Opera San Fedele e dal Gruppo Carcere Mario Cuminetti all’interno del Carcere di Bollate, con la partecipazione anche della Nelson Mandela Foundation.
Sono stata tante volte nelle carceri che afferiscono al Comune di Milano, ho partecipato a diversi sopralluoghi e ho sempre preso atto che i quattro istituti penitenziari di San Vittore, Bollate, Opera e il Beccaria si trovano oggi a fronteggiare numerose criticità: sovraccarico di presenze, carenze di risorse umane e strutturali, problemi connessi alla tutela della salute e del benessere delle persone detenute.
Nei diversi sopralluoghi ci concentriamo sulle strutture, gli spazi, i numeri, i progetti, le condizioni materiali, le necessità più urgenti, le attività lavorative, scolastiche e trattamentali… tutto necessario e guai se non lo facessimo con regolarità e soprattutto dando seguito ad azioni politiche che possano migliorare l’esistente. Visitare gli istituti penitenziari è importante per verificare concretamente quanto i principi costituzionali trovino effettiva applicazione nella vita quotidiana delle persone detenute e di chi lavora negli istituti. «Rimuovere gli ostacoli» che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana è compito della Repubblica. Così recita uno degli articoli letti nel corso dell’incontro.
Oggi però sono entrata con uno spirito diverso, perché mi è stata prospettata la possibilità di andare oltre il vedere: non è stata solo una visita, ma un incontro che ha richiesto l’uso di occhi, orecchie e cuore per guardare e riconoscere.
Per capire cosa è il mondo delle carceri, non basta infatti vedere, bisogna ascoltare. Non basta entrare in un carcere, bisogna mettersi in gioco e condividere emozioni. Non basta dedicare il tempo di una commissione, bisogna partecipare, ovvero provare a sentirsi parte di quel mondo.
Purtroppo non abbiamo incontrato nessuna donna detenuta: l’unica che era stata autorizzata a partecipare all’evento, al momento del trasferimento è stata bloccata per mancanza di personale che la potesse accompagnare… Un’altra brutta realtà con cui chi è in carcere deve fare i conti.
La quarantina di uomini detenuti convenuti, invece, ha partecipato attivamente, chi leggendo, chi suonando, chi distribuendo con soddisfazione il buonissimo gelato “fatto in casa”. Insomma un mondo pieno di vita e di fermento, davanti al quale abbiamo sospeso ogni pre-giudizio a vantaggio di un nuovo sguardo che restituisce umanità a ciascun uomo incontrato.
Nel corso del pomeriggio, pur nel caldo torrido della Biblioteca Centrale – Area Trattamentale, abbiamo stabilito anche senza conoscerci una sorta di alleanza tra il dentro e il fuori, persone detenute e cittadini liberi, insieme, seduti uno a fianco dell’altro, intervenendo uno dopo l’altro, in un’atmosfera capace di abbattere muri.
Il grande illuminista Cesare Beccaria – il padre del diritto penale – nel suo saggio “Dei delitti e delle pene” parlava di una sorta di “patto sociale” tra il cittadino recluso e lo Stato: a fronte della rinuncia a una parte della propria libertà, lo Stato avrebbe garantito a chi è detenuto un percorso di recupero, tale da impedirgli di arrecare ulteriori danni alla collettività, nell’ottica di una più ampia utilità sociale della costrizione e della pena.
Se guardiamo allo stato delle nostre carceri dobbiamo tristemente decretare che siamo ben lontani da questo traguardo. Il XXII Rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione fornisce informazioni chiare e inequivocabili, esito di un serio e attento monitoraggio della situazione carceraria. Il Rapporto 2026 certifica che aumentano le presenze in carcere, in un contesto che diventa meno accessibile alla comunità esterna e in cui le persone detenute passano sempre più tempo in cella. E le condizioni di chi in carcere ci vive o ci lavora si fanno sempre più insostenibili. Non si può dire che non venga gettata un po’ di luce su questa drammatica realtà. E questo ci costringe – come ha detto a distanza un intervento della Mandela Fundation – «a fare i conti con la nostra cattiva coscienza».
L’incontro del Mandela Day, però, ha cercato di avvicinare due mondi che non si vogliono incontrare e ci ha messo davanti vissuti lontani e inediti, eppure profondamente umani e perfettamente comprensibili in una sorta di amicizia sociale.
Io colgo questo messaggio e mi impegno a non far parlare le carceri solo per le loro negatività e problematicità, ma a raccontare che qui si trovano uomini (e donne) che hanno dignità, sogni, speranza e soprattutto la forza di ricominciare ogni giorno una nuova battaglia.
Sono infine uscita dal carcere con un diverso pre-giudizio: ciascuna persona è capace di bellezza, anche dopo chissà quale male atroce. Ricominciamo anche noi allora dal bene e proviamo a bene-dire queste storie e queste vite che nel mistero imperscrutabile dell’essere umano sanno esprimere bellezza, armonia, ricerca di senso pur nella fatica, nella speranza che ciascuno esca “Invictus” da questo passaggio.








