Ho partecipato all’incontro organizzato dal Consorzio Cooperative Lavoratori (CCL), rivolto in primo luogo ai propri soci ma aperto anche alla cittadinanza e ai diversi partner con cui nel tempo è stato costruito un percorso condiviso di lavoro, valori e visione della città. È stato un momento pubblico di trasparenza, partecipazione e proposta, nato dall’esigenza di riportare al centro il costo sociale, economico ed emotivo di una lunga attesa e dalla ncessità di ribadire un principio semplice: il rispetto delle regole non può trasformarsi in immobilismo amministrativo.
La vicenda raccontata nel corso dell’assemblea riguarda, infatti, una questione che supera il destino di singoli interventi edilizi e interroga direttamente il futuro di Milano. Da oltre un anno la città vive una fase di profonda incertezza sul fronte urbanistico. Le conseguenze delle note vicende giudiziarie e delle successive difficoltà interpretative delle norme hanno prodotto un rallentamento, se non un vero e proprio blocco, di numerosi procedimenti autorizzativi. Una situazione che continua a generare effetti concreti sulla capacità della città di rispondere a uno dei suoi bisogni più urgenti: quello della casa.
Nel caso del Consorzio CCL, lo stallo riguarda cinque iniziative cooperative che, complessivamente, metterebbero a disposizione circa 440 alloggi destinati prevalentemente alla fascia media della popolazione, con prezzi significativamente inferiori a quelli oggi praticati dal mercato milanese e con una quota importante di abitazioni destinate all’affitto permanente a canoni calmierati e una parte consistente di edilizia convenzionata.
Si tratta di progetti localizzati in diversi quartieri della città – dalla Certosa a Niguarda, da Precotto all’area di Udine – pensati per rispondere a una domanda abitativa sempre più pressante. Interventi che in molti casi attendono da anni il completamento degli iter autorizzativi e che oggi rimangono fermi nonostante siano stati più volte verificati, aggiornati e adeguati alle richieste degli uffici competenti.
Un elemento emerso con forza durante l’assemblea merita particolare attenzione. I responsabili del Consorzio hanno ribadito come nessuno dei progetti interessati presenti caratteristiche riconducibili alle criticità che hanno alimentato il dibattito urbanistico degli ultimi anni. Nessun edificio supera le soglie dimensionali finite al centro delle contestazioni, non sono state utilizzate procedure semplificate controverse (SCIA), non vi sono riduzioni degli oneri urbanistici dovuti e, laddove si sono manifestati anche solo potenziali margini di dubbio interpretativo, i progetti sono stati ripensati e modificati, sostenendo costi aggiuntivi per garantire la massima conformità normativa.
Eppure tutto questo non è bastato a superare una situazione di sostanziale paralisi.
La questione, dunque, non riguarda soltanto il destino di alcuni interventi edilizi. Riguarda il rapporto tra politica, amministrazione e capacità decisionale. Quando l’incertezza diventa la regola, il rischio è che la prudenza si trasformi in inerzia. E quando l’inerzia coinvolge il tema della casa, le conseguenze ricadono direttamente sulle persone.
Dietro i numeri ci sono infatti centinaia di famiglie che attendono una risposta, progetti di vita sospesi, risparmi accantonati, aspettative rinviate. Ci sono cooperative che hanno investito risorse e imprese che vedono rallentare la propria attività. Ci sono lavoratrici e lavoratori che quotidianamente contribuiscono a costruire una risposta concreta al disagio abitativo. E c’è una città che continua a dichiarare di voler affrontare l’emergenza casa senza riuscire, però, a sbloccare interventi già pronti e conformi alle regole.
Milano ha bisogno di nuove abitazioni accessibili. Lo dicono i dati sui prezzi di vendita e di locazione, lo conferma la crescente difficoltà di giovani, famiglie e lavoratori a trovare una sistemazione sostenibile, lo testimoniano le numerose iniziative pubbliche e private che negli ultimi anni hanno cercato di proporre modelli abitativi alternativi.
Per questo il tema non può essere ridotto a una controversia tecnica o procedurale. È una questione politica nel senso più alto del termine. Spetta alle istituzioni cittadine creare le condizioni affinché gli uffici possano operare con chiarezza, responsabilità e certezza del diritto. Spetta alla politica assumersi il compito di fornire indirizzi chiari e soluzioni praticabili, evitando che la paura di decidere produca effetti più dannosi delle decisioni stesse. Per questo è stata importante la presenza della vicesindaca Scavuzzo, anche Assessora all’Urbanistica, che ha sottolineato l’importanza del protocollo avviato con le organizzazioni sindacali per restituire serenità operativa agli uffici comunali, oggi spesso condizionati da un diffuso timore nell’assunzione delle decisioni. Infine, si è impegnata a definire un cronoprogramma credibile per la gestione delle pratiche e a mantenere una interlocuzione continua per concordare tempi realisticamente sostenibili.
L’assemblea promossa dal Consorzio CCL rappresenta quindi un richiamo che merita ascolto. Non contro qualcuno, ma a favore della città. Non per chiedere deroghe alle regole, ma per pretendere che le regole siano applicabili, comprensibili e accompagnate da tempi amministrativi compatibili con le esigenze reali delle persone.
La sfida dell’abitare è una delle questioni decisive per il futuro di Milano. Continuare a rinviare le risposte significa aggravare un problema che ogni giorno diventa più difficile da affrontare. Per questo è necessario che si apra una nuova fase, fondata sul dialogo, sulla trasparenza e sulla capacità di assumere decisioni. Perché una città che vuole restare inclusiva e attrattiva non può permettersi di lasciare ferme le case che potrebbero già essere costruite.








