Il 2 giugno abbiamo celebrato la Festa della Repubblica. Oggi, a Milano, abbiamo celebrato qualcosa che ne rappresenta il significato più profondo: l’ingresso di nuove cittadine e nuovi cittadini nella comunità nazionale.
La Festa della Cittadinanza Italiana 2026 è nata dall’impegno di associazioni, enti, istituzioni e di tante persone che credono in un’idea semplice ma potente: una società è più forte quando include, quando riconosce, quando allarga la partecipazione democratica anziché restringerla.
Per questo abbiamo voluto ritrovarci nella splendida Sala Alessi di Palazzo Marino, uno dei luoghi più simbolici della città. Non per una semplice cerimonia formale, ma per dire con chiarezza che Milano riconosce il valore delle persone che hanno scelto di vivere qui, lavorare qui, crescere qui i propri figli, costruire qui il proprio futuro.
Guardando le donne e gli uomini che hanno ricevuto la cittadinanza italiana, ho pensato alle loro storie. Ho pensato agli anni trascorsi a studiare la nostra lingua, a cercare un lavoro, a costruirsi una vita, a rispettare le regole, a contribuire alla crescita economica e sociale del nostro Paese. Ho pensato ai tanti sacrifici affrontati, alle difficoltà superate, all’attesa spesso lunga e faticosa per ottenere un riconoscimento che, nella sostanza, era già presente nella vita quotidiana.
Perché la verità è che queste persone sono parte dell’Italia da molto tempo prima di ricevere un documento che lo certifica.
Le abbiamo viste studiare accanto ai nostri figli e alle nostre figlie. Le incontriamo negli ospedali, nelle scuole, nelle fabbriche, nei negozi, negli uffici, nei servizi pubblici. Contribuiscono ogni giorno alla ricchezza materiale e culturale del nostro Paese.
Eppure troppo spesso continuiamo a guardare l’Italia come se fosse quella di trent’anni fa. Non lo è.
I dati più recenti dell’Anagrafe milanese raccontano una città che cambia e che cresce. Nel 2025 sono diventate cittadine italiane 9.404 persone provenienti da oltre 160 Paesi del mondo. Un numero in crescita rispetto all’anno precedente. Se allarghiamo lo sguardo a tutta la popolazione con background migratorio (i “nuovi cittadini”, chi ha permesso di soggiorno, i regolari non residenti) arriviamo a circa il 29% degli abitanti della nostra città. Quasi una persona su tre. Non stiamo parlando di una minoranza marginale. Stiamo parlando di una parte costitutiva della Milano contemporanea.
E allora la domanda che dobbiamo porci è semplice: la politica, le istituzioni e le leggi sono davvero all’altezza della società che abbiamo davanti?
La legge sulla cittadinanza che ancora oggi regola gran parte di questi percorsi è del 1992. Quando fu approvata, in Italia vivevano poco più di 300.000 cittadini stranieri. Oggi sono circa 5 milioni e mezzo.
In oltre trent’anni il Paese è cambiato radicalmente. Le famiglie si sono trasformate, le identità si sono intrecciate, nuove generazioni sono nate e cresciute nelle nostre città.
Eppure continuiamo spesso a discutere di cittadinanza come se fosse una concessione da accordare con prudenza, anziché un tema che riguarda la qualità della nostra democrazia.
Io credo che il punto sia proprio questo.
La cittadinanza non è un premio da assegnare alla fine di un percorso a ostacoli. È il riconoscimento di un’appartenenza già vissuta. È uno strumento di inclusione, di responsabilità e di partecipazione.
Per questo considero profondamente ingiusto che tante persone che vivono, lavorano, pagano le tasse e contribuiscono alla crescita del nostro Paese non possano ancora partecipare pienamente alla vita democratica. È difficile spiegare perché chi è chiamato a rispettare le leggi non possa contribuire a scegliere chi quelle leggi le scrive.
La Festa della Cittadinanza nasce anche per questo: per rendere visibile una realtà che esiste già e che troppo spesso viene ignorata.
Nasce per affermare che siamo orgogliosi di una Milano multietnica e multireligiosa. Una città che non ha paura delle differenze, ma che cerca ogni giorno di trasformarle in una forza comune. Una città che non rinuncia alla propria identità, ma la arricchisce attraverso l’incontro.
Nel corso della cerimonia abbiamo ascoltato le testimonianze di giovani donne e giovani uomini che hanno scelto di riconoscersi nei valori della Repubblica e della Costituzione italiana. Le loro parole erano piene di speranza, ma anche di una richiesta molto semplice: essere riconosciuti per quello che già sono.
Abbiamo letto insieme alcuni articoli della Costituzione. Non come un rito, ma come un impegno. Perché la cittadinanza significa diritti, ma significa anche doveri. Significa partecipazione. Significa assumersi una responsabilità verso la collettività. Significa concorrere alle decisioni che riguardano il futuro del Paese. Significa esserci.
Ed è proprio questo il messaggio che ho voluto lasciare alle nuove cittadine e ai nuovi cittadini italiani: partecipate! Fate sentire la vostra voce. Portate nelle istituzioni, nelle associazioni, nei quartieri e nei luoghi di lavoro la ricchezza delle vostre esperienze. Abbiamo bisogno del vostro sguardo, delle vostre energie, delle vostre idee.
E abbiamo bisogno di continuare a costruire un’Italia capace di riconoscersi per ciò che è davvero oggi: una comunità plurale, aperta, fatta di storie diverse che condividono un destino comune.
Il mio augurio è che possiate amare questo Paese senza rinunciare a nessuna parte della vostra storia. Perché non c’è contraddizione tra le proprie radici e il proprio futuro. Anzi. Sono proprio gli incontri tra culture, lingue, tradizioni ed esperienze differenti a rendere una società più forte, più giusta e più umana.
E questa è l’Italia in cui credo. Un’Italia che non ha paura di allargare il “noi”. Un’Italia che sa riconoscere chi la costruisce ogni giorno. Un’Italia che sceglie l’inclusione, la partecipazione e la democrazia come orizzonte del proprio futuro.







