Sono intervenuta all’incontro “Semi di un nuovo umanesimo”, promosso presso Fondazione Ambrosianeum, un’occasione di grande attualità e profondità per riflettere sui grandi temi del nostro tempo attraverso l’anteprima di due film-intervista inediti realizzati da Marco Manzoni, dedicati a due autorevoli figure della Chiesa cattolica contemporanea: l’Arcivescovo Mario Delpini e il Cardinale Matteo Zuppi.
La speranza come responsabilità: il messaggio di Mario Delpini
Nel contributo di Delpini, “La speranza come responsabilità”, emerge con forza la necessità di affrontare le grandi sfide del presente — dalle guerre alle diseguaglianze, dalle migrazioni alla crisi climatica — attraverso una speranza concreta e operosa. Una speranza che non è attesa passiva, ma responsabilità condivisa e impegno quotidiano, capace di valorizzare le energie positive della società e rilanciare un nuovo slancio etico, sociale e culturale.
A questo rilancio credo si debba aggiungere anche una dimensione politica. Perché oggi, più che mai, la politica deve tornare a essere uno strumento al servizio del “noi”, della collettività, della convivenza.
Come amministratori abbiamo il compito di “pacificare la città”. E non è un’espressione retorica. L’escalation di tensione, rabbia, intolleranza e violenza che attraversa le nostre società fa paura. Per questo, oltre agli sguardi, ai sorrisi e alle mani tese, abbiamo bisogno anche di parole nuove: parole che costruiscano ponti e non muri; che uniscano invece di dividere; parole capaci di convocare sindaci attorno a un tavolo, non di sospendere gemellaggi.
Questo non significa affatto mostrare indifferenza verso ciò che sta accadendo a Gaza, che resta inaccettabile, così come sono inaccettabili le operazioni militari israeliane in Cisgiordania e in Libano, le violenze dei coloni contro i civili palestinesi, il deterioramento quotidiano delle condizioni di vita di un intero popolo e i trattamenti violenti verso gli attivisti della Flotilla.
Tuttavia, come testimonia il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, esiste in quella società un “argine silenzioso”, fatto di persone, comunità e realtà civili che continuano a lavorare per il dialogo e la convivenza. Questa sensibilità non va lasciata sola. È da qui che può nascere una nuova prospettiva per Israele e Palestina: due popoli, due Stati, nella pace e nel reciproco riconoscimento.
Credo profondamente che, per far “funzionare il mondo”, serva il dialogo. Serva abbattere i muri materiali, politici, culturali e identitari che impediscono alle persone di riconoscersi reciprocamente. Mentre la guerra continua a produrre distruzione e dolore, esistono donne e uomini israeliani e palestinesi che rifiutano la logica dell’odio permanente e scelgono ogni giorno la via più difficile: quella del riconoscimento reciproco. Anche il gemellaggio tra città appartiene a questa strada difficile ma necessaria.
La scrittrice e attivista israeliana Mika Almog, tra le promotrici del People’s Peace Summit di Tel Aviv del 30 aprile 2026, ha osservato che “da trent’anni la parola pace è stata cancellata dal discorso pubblico”. In Israele, chiedere la pace viene spesso considerato un tradimento. Eppure — ha detto — “siamo molti più di quanto si creda”. Sono persone che scelgono di attraversare il dolore senza trasformarlo in una condanna definitiva dell’altro. Oggi è sempre più difficile discutere seriamente senza essere immediatamente collocati dentro uno schema binario, senza spazio per la complessità o per una posizione autonoma e critica.
Per questo sostenere chi continua a pronunciare parole come pace, giustizia, diritti e nonviolenza non è ingenuità: è responsabilità politica e morale. Questo ci ha insegnato Alex Langer.
Esiste anche un precedente storico che dovrebbe incoraggiarci. Nei momenti più difficili, sono stati spesso i sindaci e le amministrazioni locali a costruire percorsi di dialogo capaci di superare contrapposizioni apparentemente insanabili. Lo dimostrò Giorgio La Pira nel 1955, organizzando a Firenze il Convegno mondiale dei Sindaci nel pieno della Guerra Fredda. Anche allora sembrava impossibile creare spazi di confronto. Eppure fu fatto.
La fatica del “noi”: il richiamo del Cardinale Zuppi
Dell’intervento del Cardinale Zuppi mi ha colpito soprattutto la riflessione sulla “fatica del noi”, cioè sulla difficoltà contemporanea di costruire comunità. È una sfida decisiva. Ed è per questo che oggi c’è bisogno di una grande alleanza, che noi proviamo a interpretare anche attraverso il rapporto tra le città, coinvolgendo mondi diversi, comprese le comunità religiose. Non a caso, tra i primi sostenitori della proposta di una Conferenza Internazionale dei Sindaci per la Pace vi è stata anche la Casa della Cultura musulmana.
Le città sono oggi gli spazi della convivenza concreta, luoghi nei quali differenze culturali, religiose e politiche non sono un’astrazione ma una realtà quotidiana. Milano, per la sua storia e la sua tradizione civica, può contribuire a costruire questa cultura del confronto senza trasformare ogni discussione in una prova di fedeltà ideologica.
Per questo crediamo nella Conferenza dei Sindaci per la Pace e nella costruzione di una “Carta di Milano per la Pace”, con il coinvolgimento di città di tutto il mondo. Perché costruire ponti non è un esercizio simbolico: è politica che serve a qualcosa. È responsabilità politica e morale.
Il protagonismo delle donne nel nuovo umanesimo
In tutto questo, il nuovo umanesimo deve puntare anche su un decisivo protagonismo delle donne. Le donne portano con sé diversità di competenze, stili di leadership, capacità di ascolto, attenzione ed empatia. Non rappresentano soltanto una questione di equità sociale, ma anche un capitale umano e relazionale capace di migliorare la qualità delle decisioni, l’innovazione e la coesione.
La storia della nostra Repubblica, di cui in questi giorni celebriamo l’80° anniversario, lo dimostra. Le prime donne elette furono una minoranza numerica, ma diedero un contributo fondamentale alla scrittura della Costituzione. Cinque entrarono nella Commissione dei 75: Nilde Iotti, Teresa Noce, Maria Federici, Angela Gotelli e Tina Merlin. Grazie anche al loro lavoro, la Costituzione italiana sancisce l’uguaglianza tra tutti i cittadini e garantisce la parità di accesso alle cariche pubbliche. Quel voto del 1946 trasformò le donne da soggetti passivi a cittadine attive, protagoniste della costruzione democratica del Paese.
Anche oggi abbiamo bisogno di questo sguardo: un umanesimo capace di tenere insieme diritti, dialogo, giustizia sociale e responsabilità collettiva. Perché senza il “noi” non esiste futuro.








