Il Consiglio comunale di Milano ha riaperto il dibattito sul gemellaggio tra la città e Tel Aviv, arrivando a mettere in discussione la sua eventuale revoca. Il confronto si è svolto in Aula a distanza di appena una settimana dall’approvazione unanime – con la sola astensione della Lega – della proposta di istituire una Conferenza internazionale dei sindaci per la pace.
Una successione di atti che evidenzia una difficoltà crescente nel trovare una linea coerente e una capacità di sintesi politica orientata al governo della città. Revocare il gemellaggio dopo aver sostenuto un’iniziativa per la pace rischia infatti di produrre un messaggio contraddittorio, che indebolisce proprio la causa che si intende promuovere.
Questa vicenda racconta anche qualcosa di più profondo: una progressiva perdita del linguaggio del dialogo. Viviamo una fase storica segnata dall’innalzamento di muri – materiali, politici, culturali e identitari – mentre il disordine internazionale alimenta paure e chiusure. È proprio in questo contesto che le istituzioni dovrebbero avere il coraggio di tornare a costruire ponti.
Il rapporto tra Milano e Tel Aviv non può essere ridotto a un gesto puramente amministrativo o simbolico. Va invece interpretato come la scelta di sostenere chi, anche dentro un conflitto lacerante, continua a credere nella possibilità della convivenza.
La narrazione che descrive israeliani e palestinesi come inevitabilmente schierati su fronti inconciliabili non è l’unica possibile: è semplicemente la più comoda e la più semplificata.
Pochi conoscono, perché spesso l’informazione seleziona ciò che entra nel dibattito pubblico, che il 30 aprile Tel Aviv ha ospitato la terza edizione del People’s Peace Summit, il più grande incontro del movimento pacifista israeliano e palestinese. L’iniziativa è stata promossa da “It’s Time”, una coalizione di oltre 80 organizzazioni della società civile impegnate da anni per un accordo politico basato sull’autodeterminazione dei due popoli. Ho trovato notizia di questo evento solo su Vita, la piattaforma del Terzo settore, dell’innovazione sociale e dell’attivismo civico.
È importante ricordare che, mentre la guerra continua a produrre distruzione e il dolore degli ostaggi e la devastazione di Gaza segnano ferite profondissime, esistono donne e uomini israeliani e palestinesi che rifiutano la logica dell’odio permanente e scelgono ogni giorno la via più difficile: quella del riconoscimento reciproco. Il gemellaggio è appunto la strada più difficile.
La scrittrice e attivista Mika Almog, tra le promotrici del summit, ha osservato che «da trent’anni la parola pace è stata cancellata dal discorso pubblico» e che «in Israele chiedere la pace è considerato tradimento, ma siamo molti più di quanto si creda». Parole che interrogano profondamente il dibattito pubblico.
Queste esperienze non negano la realtà del conflitto: non ignorano il terrorismo di Hamas, né il trauma del 7 ottobre, né il diritto dei palestinesi alla libertà e alla dignità. Al contrario, scelgono di attraversare il dolore senza trasformarlo in una condanna definitiva dell’altro.
Tra le voci più significative vi sono quelle di Maoz Inon, israeliano che ha perso entrambi i genitori il 7 ottobre nel kibbutz di Netiv HaAsara, e di Aziz Abu Sarah, palestinese il cui fratello è stato ucciso dopo essere stato detenuto dall’esercito israeliano. Oggi dialogano insieme, portando avanti un messaggio comune di pace e giustizia: la loro testimonianza rende evidente che un’altra strada è possibile.
Milano dovrebbe saper guardare anche a questa Tel Aviv: non solo città dell’innovazione e della cultura, ma anche luogo in cui esiste uno spazio civile che continua a resistere alla polarizzazione e a coltivare il dialogo tra israeliani e palestinesi.
Se esistono esperienze in cui si sceglie di stare insieme nonostante tutto, chi siamo noi per spezzare questo filo di collaborazione sostenuto da organizzazioni che ogni giorno costruiscono relazioni, tutela dei diritti umani, nonviolenza, ascolto reciproco?
Milano, città europea e internazionale, ha la responsabilità di sostenere chi lavora per il dialogo. I ponti non sono scorciatoie né autostrade: si costruiscono quando si vogliono avvicinare due punti distanti, sono costruzioni lente e complesse, che richiedono volontà politica e visione.
In un tempo segnato dalla violenza e dalla semplificazione, sostenere chi continua a pronunciare parole come pace, giustizia, diritti e nonviolenza non è ingenuità. È responsabilità politica e morale. Questo ci ha insegnato Alex Langer. Peccato chi i Verdi, che dovrebbero essere suoi diretti eredi, non l’abbiano capito!
Qui è possibile ascoltare il mio breve intervento: essendo in dissenso rispetto al mio gruppo, avevo solo un minuto a disposizione.








