Ho partecipato, insieme a sette alunne e una collega del mio Istituto, al mio primo Poetry Slam, una gara di poesia performativa in cui i poeti recitano i propri testi dal vivo davanti a un pubblico. Il pubblico eravamo noi: da una parte cittadini liberi e dall’altra compagni dei poeti detenuti.
Ne è nata una sfida all’ultimo verso, un duello combattuto con le armi della poesia, una competizione letteraria profondamente democratica tra poeti reclusi e poeti liberi, culminata nel trionfo del voto popolare. Il vincitore, infatti, non è stato decretato da critici, ma da cinque giurati scelti casualmente tra il pubblico e sostituiti a ogni turno di gara.
Gli Autori hanno recitato, alternandosi, poesie scritte di proprio pugno, affidando il messaggio esclusivamente alla forza della parola recitata e proclamata sul palco. È stato un gioco di partecipazione e di ascolto, a tratti drammatico e talora sorprendentemente ironico e divertente.
Particolarmente intense sono state le poesie elaborate dai detenuti nel corso del Laboratorio di lettura e scrittura creativa curato da Silvana Ceruti e Alberto Figliolia, che per l’occasione hanno assunto il ruolo di Maestri di cerimonia.
La competizione si è svolta nel teatro della Casa di reclusione Milano-Opera in un crescendo di immagini, intensità ed emozioni che ha infiammato i cuori e creato un’atmosfera capace di abbattere muri, avvicinando il dentro e il fuori. È stato tutt’altro che un mettersi in mostra, quanto piuttosto un’occasione per condividere emozioni affidate a parole sincere.
Per chi vive in carcere – «piccolo poeta inventato», come si è definito uno di loro – la poesia è un modo per tracciare un nuovo destino, per guardare oltre le angustie del presente, per dare voce a una luce diversa intravista lungo il proprio cammino. Tutto questo grazie all’uso sapiente e consapevole del linguaggio.
Di poesia in poesia – tre per ciascun Autore – abbiamo realmente sperimentato il potere trasformativo della parola e di ogni singola immagine che, affidata alla voce e all’interpretazione dei partecipanti, è stata capace di parlare al pubblico, avvicinandolo a vissuti lontani e inediti, eppure profondamente umani e perfettamente comprensibili.
Abbiamo capito che il vero valore dello slam sta nella condivisione, nel mettersi in gioco e nell’affrontare temi sociali e personali con un linguaggio diretto e incisivo.
Attraverso un ascolto profondo e un rispetto assoluto, libero da pre-giudizi, abbiamo sperimentato come le parole non siano semplici mezzi di comunicazione, ma strumenti attivi capaci di plasmare la realtà, avvicinare le persone e donare – perché no? – anche benessere psicofisico, poiché la poesia sa aprire nuovi immaginari.
E se «nel buio di una cella, unico ostacolo è il tempo da abbattere», abbiamo capito quanto forte sia il desiderio di essere visti, ascoltati e amati da persone reiette dal mondo. Abbiamo imparato a condividere un pezzetto di vita sospendendo il giudizio a vantaggio di un nuovo sguardo che restituisce umanità.
Infine, siamo uscite dal carcere con il desiderio e la volontà di ricominciare dal bene, di ricominciare nel bene.








