Nel giorno della Festa della Mamma, e a pochi giorni dalla Festa dei Lavoratori, torna evidente una verità scomoda: in Italia sono ancora le donne, e in particolare le madri, a sostenere il peso più grande tra lavoro e cura.
Il più recente rapporto “Le Equilibriste – la maternità in Italia” di Save the Children fotografa una realtà sempre più fragile: la maternità è un equilibrio precario tra desiderio e rinuncia, tra impegni familiari e impossibilità di conciliare tempi e reddito. Oggi ha un impiego solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare, e per la prima volta si registra un peggioramento della situazione lavorativa in tutte le regioni italiane.
Dopo la nascita di un figlio, la cosiddetta child penalty colpisce duramente: le madri nel settore privato subiscono una penalizzazione salariale fino al 30%, mentre nel pubblico si ferma al 5%, ma resta comunque significativa. Gli uomini, paradossalmente, beneficiano della paternità in termini occupazionali – i padri lavorano più dei coetanei senza figli – mentre per le donne avviene l’opposto: l’occupazione femminile passa dal 68,7% tra chi non ha figli al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne, e precipita al 58,8% per chi ne ha due o più.
A ciò si aggiunge un quadro demografico preoccupante: nel 2025 le nascite sono scese a 355 mila, con un tasso di fecondità fermo a 1,14 figli per donna, ben al di sotto della media europea. Le madri under 30 sono sempre meno, e quasi una giovane su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per diventare madre.
Eppure questo governo continua a parlare di “famiglia” come priorità nazionale. Ma senza politiche strutturali la maternità resta una penalizzazione sociale ed economica, piuttosto che una scelta libera.
I bonus temporanei non bastano più: serve un sistema solido e continuativo che riconosca il valore del lavoro di cura e permetta davvero di crescere un figlio senza dover rinunciare al proprio futuro professionale.
Ad oggi l’unica misura realmente strutturale a sostegno delle famiglie resta l’Assegno Unico e Universale, proposto prima da Lepri e poi da Delrio (entrambi esponenti del Partito democratico) introdotto nel 2022: un contributo mensile riconosciuto per ogni figlio a carico, modulato in base all’ISEE, che ha avuto il merito di ampliare la platea dei beneficiari e garantire una maggiore continuità del sostegno nel tempo.
L’Assegno Unico rappresenta certamente un aiuto concreto per molte famiglie, soprattutto nel contrasto alla povertà minorile e nel sostegno alle spese quotidiane legate alla crescita dei figli. Tuttavia, da solo non può colmare le profonde disuguaglianze che continuano a penalizzare le donne nel mercato del lavoro né risolvere il problema della conciliazione tra vita familiare e professionale. Un contributo economico, pur importante, non sostituisce servizi educativi accessibili, reti territoriali di supporto, congedi equamente distribuiti tra madri e padri e politiche occupazionali capaci di garantire stabilità e pari opportunità.
Senza un investimento strutturale su questi fronti, il rischio è che la maternità continui a essere vissuta come un costo individuale anziché come una responsabilità collettiva e una risorsa sociale per il Paese.







