Il 6 e 7 maggio c’è stato uno sciopero nazionale delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado: in migliaia si sono opposti ad una riforma, in particolare degli Istituti tecnici, che viene presentata come innovazione, ma che rischia di trasformarsi nell’ennesimo ridimensionamento della scuola pubblica e stravolgimento del modello di istruzione sostenuto dal nostro Paese. Una mobilitazione forte, nata dal basso, che denuncia criticità profonde e diffuse: tagli agli insegnamenti, riduzione delle ore, impoverimento culturale, precarizzazione del lavoro e soprattutto una crescente subordinazione dell’istruzione alle esigenze immediate del mercato.
A preoccupare non è soltanto il metodo – una revisione degli ordinamenti avviata dopo appena due anni di sperimentazione e con pochissimi corsi attivati – ma soprattutto la visione di scuola che emerge da questa riforma. Una scuola sempre meno luogo di formazione critica e sempre più spazio di addestramento professionale modellato sui bisogni contingenti delle imprese del territorio.
Dietro le parole “flessibilità” e “autonomia”, infatti, si nasconde una trasformazione radicale dell’istruzione tecnica. Il riordino interviene sui curricoli, sui profili educativi, sul monte ore e sull’organizzazione didattica, riducendo il peso delle discipline umanistiche e scientifiche e frammentando il sapere in funzione delle competenze richieste dal tessuto produttivo locale. È una scelta politica precisa: subordinare la formazione generale all’utilità immediata per il mercato del lavoro.
Le conseguenze rischiano di essere pesantissime. Ridurre il tempo scuola significa comprimere gli strumenti culturali necessari a comprendere la realtà e sviluppare spirito critico. In un Paese che già soffre di profonde disuguaglianze educative, impoverire la formazione di base significa abbassare ulteriormente il livello culturale complessivo e limitare le opportunità future di migliaia di studenti e studentesse.
C’è poi il nodo dell’alternanza e dei percorsi scuola-lavoro sempre più anticipati. L’abbassamento dell’età per l’attivazione dei progetti formativi a 15 anni rischia di trasformare adolescenti ancora in pieno percorso educativo in forza lavoro gratuita e facilmente adattabile alle esigenze produttive. La scuola, invece di accompagnare la crescita personale e civile, viene piegata a una logica di precoce inserimento lavorativo.
Non meno grave è l’impatto sul personale scolastico. La riduzione del monte orario e la spinta verso i percorsi quadriennali “4+2” comporteranno inevitabilmente esuberi e soprannumerari. Nel mio istituto, come in molti altri, il collegio docenti è stato convocato d’urgenza fuori calendario per decidere come redistribuire le ore di flessibilità. Una dinamica inaccettabile, che scarica sulle scuole responsabilità politiche e tagli mascherati da innovazione organizzativa.
A tutto questo si aggiunge un elemento di improvvisazione che rende il quadro ancora più allarmante. La riforma viene avviata senza linee guida definitive, nonostante il parere critico del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, e addirittura a iscrizioni scolastiche già concluse. Le famiglie hanno scelto gli istituti sulla base di un’offerta formativa che ora rischia di essere profondamente modificata nel corso del quinquennio.
Il risultato è una scuola sempre più frammentata e diseguale. Ma soprattutto si consolida una divisione sociale: chi sceglie l’istruzione tecnica viene indirizzato precocemente verso percorsi rigidi e professionalizzanti, con minori possibilità di proseguire gli studi o reinventare il proprio futuro.
È questa la vera posta in gioco: la scuola smette di essere strumento di emancipazione sociale e ascensore democratico per diventare un servizio funzionale alle esigenze del mercato. Una “scuola di classe”, dove il destino formativo e lavorativo si decide sempre prima e pesa soprattutto sulle ragazze e sui ragazzi provenienti dai contesti più fragili.
Per questo la mobilitazione non può riguardare soltanto il personale scolastico, ma deve interrogare il modello di società che vogliamo costruire. Servirebbe aprire una riflessione seria e condivisa sul riordino dell’istruzione tecnica, tutelando la specificità delle discipline, rivedendo il profilo educativo, culturale e professionale senza piegarlo alle logiche di profitto di breve periodo, e soprattutto investendo davvero nella scuola pubblica.
Perché innovare non può significare tagliare. E la scuola non può essere ridotta a un semplice ingranaggio produttivo: resta, prima di tutto, un organo costituzionale e il principale presidio di uguaglianza democratica del Paese.







