Ho partecipato in rappresentanza dell’Amministrazione alla cerimonia di commemorazione per il 50° anniversario del terremoto del Friuli, voluta dal Fogolâr Furlan di Milano e celebrata dall’Arcivescovo mons. Delpini nella Chiesa San Fedele.
Una celebrazione molto autentica e partecipata, a tratti in dialetto, animata dagli Alpini del Coro Orobica “Don Bruno Pontalto”, con donne e bambini in abito tradizionale, i friulani del Fogolâr Furlan, i rappresentanti dell’Ente Friuli nel Mondo e i cittadini con gonfaloni e stendardi che raccontano ancor oggi con orgoglio l’impegno che ha fatto rinascere interi paesi e città.
La storia del terremoto del Friuli del 6 maggio 1976 è un caso virtuoso di ricostruzione post-sismica, che ha dimostrato la laboriosa tenacia di un popolo, la grande solidarietà di un Paese e la capacità politica e organizzativa di trasformare una catastrofe in una storia di riscatto.
Di fronte al sisma, che ha causato complessivamente quasi 1000 morti, i friulani hanno reagito immediatamente in modo proattivo, non lasciandosi vincere dagli eventi avversi. Il protagonismo della società civile si è unito poi a quello di cittadini, volontari, associazioni, parrocchie che si mobilitarono con generosità straordinaria e senza precedenti a livello nazionale e internazionale, lavorando al fianco dei soccorritori.
La Chiesa italiana ebbe un ruolo importante, innanzitutto con l’arcivescovo di Udine, Alfredo Battisti, il “vescovo della ricostruzione”. La sua regola era «prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» e fu in grado di porre le basi per la ripartenza economica: il 90% delle 450 imprese tornò operativo in meno di un anno. Poi ci fu il contributo delle parrocchie e dei movimenti di tutta Italia, che agirono sia nell’immediato che nel lungo periodo. Col terremoto del Friuli, la Caritas strutturò un metodo di “prossimità” ancora oggi utilizzato nelle emergenze. La stessa Caritas della Diocesi di Udine nacque ufficialmente il 12 luglio 1976, appena dopo il sisma. Migliaia di scout partirono da tutta Italia per portare supporto pratico e animazione, con una presenza stimata di circa 10.000 giovani. Molte parrocchie, specialmente dal Veneto e dalla Lombardia, si gemellarono con i paesi distrutti, inviando personale di aiuto con viveri, denaro e volontari.
Fondamentale in questa fase fu l’articolarsi di un metodo sussidiario nella gestione dell’emergenza e della ricostruzione, fatto di reale collaborazione tra comunità locali, istituzioni e corpi intermedi. La scelta del governo – presieduto da Aldo Moro fino al 30 luglio 1976, poi da Giulio Andreotti – fu di stanziare subito fondi per la ricostruzione e delegare ampi poteri alla Regione, che a sua volta coinvolse in prima persona i Comuni in posizione di responsabilità, puntando così direttamente sulla ricostruzione in loco. Figura chiave in tutta l’operazione fu il Commissario Straordinario Giuseppe Zamberletti, che pose le basi per la moderna concezione della Protezione Civile, capace di trasformare l’aiuto spontaneo in una struttura organizzata e coordinata. Zamberletti riuscì a coordinare le risorse statali, le esigenze locali e il volontariato in modo competente e sapiente, centralizzando le decisioni, sburocratizzando le procedure e radicando la ricostruzione territorialmente.
Una storia che, ancora oggi a distanza di 50 anni, rappresenta la capacità di rispondere in modo sussidiario a una grande crisi.
Tutti insieme questi attori sono stati definiti dall’Arcivescovo Delpini i “visionari”: «La gente delle terre devastate dal terremoto, i volontari giunti da ogni parte d’Italia, l’esercito e le istituzioni sono stati animati da uomini e donne visionari: hanno visto le rovine, le case distrutte, le chiese crollate, le scuole, le fabbriche pericolanti, le strade impraticabili, ma vedono oltre, vedono le promesse affidabili del Signore e credono che là dove c’è la morte può tornare la vita, là dove ci sono rovine possono sorgere mura più solide, capaci di resistere all’infierire delle forze scatenate della natura ostile. Vedono la città santa, la nuova Gerusalemme: là dove le famiglie sono state frantumate e le comunità sono state disperse, vedono primizie di fraternità e i desideri dei vivi di generare vita e di camminare nella speranza». Per questo «si dedicano all’impresa di ricostruire il mondo, con fiducia, recuperando i frantumi pezzo per pezzo, perché la casa diventi famiglia, la città diventi comunità e la terra diventi un giardino».







