A pochi giorni di distanza abbiamo celebrato la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro (28 aprile) e la Festa dei Lavoratori (1° maggio): tra le due date corre un filo rosso che non può essere ignorato. Non si tratta di semplici ricorrenze da calendario, ma di momenti che interpellano direttamente la nostra coscienza civile e la nostra responsabilità politica. Tuttavia, quest’anno le celebrazioni sono accompagnate da un’amara consapevolezza: le risposte della politica nazionale restano drammaticamente distanti dalla realtà vissuta nei cantieri, negli uffici e nelle strade delle nostre città.
I numeri che leggiamo oggi in Italia sono una ferita aperta nel tessuto della nostra democrazia: nel 2025 sono stati denunciati 597.710 infortuni e ci sono stati 1.093 morti sul lavoro. Dietro ogni cifra c’è una famiglia distrutta, un progetto di vita spezzato, una comunità più povera. Ma ciò che rende questi dati ancora più inaccettabili è la paralisi burocratica: la Corte dei Conti ha certificato che solo il 13% dei fondi destinati alla prevenzione è stato effettivamente erogato alle imprese. È un paradosso politico insostenibile: mentre le risorse restano incagliate nelle secche della burocrazia, la sicurezza viene ancora percepita come un costo da tagliare anziché come un diritto inalienabile. La sicurezza non è un costo da tagliare o un onere burocratico da evitare: è un diritto costituzionale inalienabile. Garantire questo diritto significa scegliere, politicamente, la strada degli investimenti, della semplificazione normativa e, soprattutto, del rafforzamento dei controlli.
In questo contesto, il Decreto “Primo Maggio” varato dal Governo Meloni appare come un’operazione che ha poco a che fare con le reali necessità dei lavoratori. Il concetto di “salario giusto” introdotto dal provvedimento è uno strumento centrato quasi esclusivamente sugli esoneri contributivi alle imprese e non aggiunge nuove, effettive tutele.
Milano, da sempre motore economico del Paese e “città del fare”, vive questa realtà in modo brutale: il nodo dei salari resta irrisolto, il costo della vita è cresciuto in modo del tutto sproporzionato rispetto all’adeguamento degli stipendi e la crisi di dignità è particolarmente evidente.
Sebbene le istituzioni locali — come il Comune e la Città Metropolitana — operino attivamente attraverso il Patto per il Lavoro e il rafforzamento dei Centri per l’Impiego, esse dispongono di leve limitate sul fronte del potere d’acquisto. Intervenire sulla capacità di spesa dei cittadini è un compito che spetta al Governo, un compito che richiederebbe il coraggio di riforme strutturali e non di palliativi comunicativi.
E ancora, non possiamo tralasciare la crisi di dignità che investe il mondo del lavoro. Sicurezza e salario sono due facce della stessa medaglia: non c’è vera tutela per chi è ricattabile, per chi è precario, per chi lavora ogni giorno con lo spettro della povertà nonostante un contratto in mano. La precarietà esistenziale continua ad alimentare nuove forme di schiavitù: dallo sfruttamento digitale dei rider ai subappalti a cascata, fino alla piaga dei “contratti pirata”.
Un altro dato allarmante resta la fuga dei nostri talenti: migliaia di giovani ogni anno lasciano l’Italia non per scelta, ma per necessità. Scappano da un sistema che offre loro infiniti stage, stipendi da fame e nessuna prospettiva di stabilità. Dire basta alla precarietà significa restituire un futuro a una generazione che oggi vede l’Italia come un luogo dove non è possibile costruire una famiglia o una casa.
Rinnovare l’impegno per il lavoro significa oggi lottare per:
– un salario minimo dignitoso che contrasti il fenomeno del lavoro povero;
– l’eliminazione di forme contrattuali che generano instabilità cronica;
– una semplificazione normativa che sblocchi i fondi per la sicurezza.
È tempo di una voce politica forte, capace di pretendere che ogni ora di lavoro sia pagata il giusto e svolta in totale sicurezza. Milano, città del lavoro e della solidarietà, deve farsi capofila di questa battaglia di civiltà: perché una società che non protegge i suoi giovani e non onora il lavoro dignitoso è una società che sta rinunciando al proprio domani.








