Ho partecipato all’inaugurazione di MICAM Milano e MIPEL, manifestazioni internazionali di riferimento per i settori calzaturiero e pellettiero. Due appuntamenti che non sono soltanto fiere di settore, ma simboli concreti dell’identità produttiva e culturale di Milano e del nostro Paese.
Durante la tavola rotonda dedicata al tema dell’eccellenza che unisce manifattura, giovani e fiere, è emersa con forza una consapevolezza: il Made in Italy non è soltanto un marchio commerciale, ma un modello culturale fondato su competenze, creatività, ricerca della qualità e capacità di coniugare tradizione e innovazione tecnologica.
Milano è riconosciuta nel mondo come capitale della moda e del design. Ma questa reputazione poggia su una manifattura che rappresenta un patrimonio vivo, dinamico, capace di evolversi e competere sui mercati globali. Manifestazioni come MICAM e MIPEL sono il punto d’incontro tra imprese, mercati internazionali e nuove generazioni. Sono luoghi dove si costruiscono relazioni, si aprono opportunità, si investe in sostenibilità e si sperimentano nuovi linguaggi produttivi e commerciali.
Ed è proprio parlando di futuro che il pensiero va ai giovani.
Il ricambio generazionale non è solo una necessità economica, ma una sfida culturale e politica. In questa prospettiva si inserisce il Protocollo d’Intesa firmato proprio in Fiera tra il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e Confindustria Accessori Moda, con l’obiettivo di rafforzare le competenze dei giovani per il loro orientamento e la futura occupabilità.
Si tratta di un’iniziativa che può rappresentare un’opportunità importante: avvicinare scuola e impresa, ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, valorizzare filiere produttive strategiche. Tuttavia, proprio perché parliamo di istruzione, è necessario mantenere uno sguardo vigile e critico.
La scuola non può essere ridotta a un semplice strumento funzionale alle esigenze contingenti del sistema produttivo. Il rischio, se non si definiscono con chiarezza finalità e confini, è quello di equiparare l’istruzione a un mero “addestramento” lavorativo, comprimendo gli spazi dedicati alla formazione integrale della persona: spirito critico, cittadinanza consapevole, capacità di leggere la complessità, autonomia di pensiero.
L’orientamento è fondamentale, ma non può trasformarsi in canalizzazione precoce. L’occupabilità è un obiettivo legittimo, ma non può diventare l’unico parametro con cui misuriamo il valore di un percorso educativo. La scuola ha una missione costituzionale più ampia: formare cittadini, non solo lavoratori.
C’è poi un ulteriore elemento che merita attenzione: il rischio di ampliare le disparità territoriali. Nei territori dove il tessuto produttivo è forte e organizzato, le collaborazioni tra scuole e imprese possono generare opportunità significative. Ma cosa accade nelle aree interne o nei contesti economicamente più fragili? Senza un disegno nazionale equilibrato e investimenti strutturali, si rischia di accentuare il divario tra Nord e Sud, tra aree metropolitane e province marginali.
La collaborazione tra scuola, università e imprese è una strada necessaria, ma deve essere governata da una visione pubblica chiara: l’impresa contribuisce alla formazione, non la determina; il mercato dialoga con la scuola, ma non la sostituisce.
Le fiere internazionali come MICAM e MIPEL possono essere straordinari laboratori di orientamento e ispirazione per i giovani. Possono raccontare una manifattura che non è retaggio del passato, ma spazio di innovazione, digitalizzazione, sostenibilità e imprenditorialità. Possono accendere passioni e vocazioni.
Ma l’eccellenza che celebriamo non deve diventare una scorciatoia per piegare l’istruzione alle sole esigenze produttive del momento. Deve piuttosto essere un ponte tra generazioni e tra mondi: tra sapere e saper fare, tra cultura e tecnica, tra formazione umana e competenza professionale.
Milano unisce tradizione e futuro, artigianalità e tecnologia, impresa e cultura. Sta alle istituzioni fare in modo che questa alleanza sia equilibrata e lungimirante. Perché il vero orgoglio di un Paese non è solo esportare prodotti di qualità, ma formare giovani liberi, competenti e consapevoli, capaci non soltanto di inserirsi nel mondo del lavoro, ma di trasformarlo.








