Il 10 febbraio ricorre il Giorno del Ricordo: quella data dell’anno 1947 in cui – a seguito delle rovinose politiche aggressive dell’Italia fascista di Mussolini e della successiva catastrofica sconfitta – fu firmato il Trattato di Parigi, che assegnava alla Jugoslavia guidata dal maresciallo Tito l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia, dando origine a vicende personali e familiari drammatiche, dalle foibe all’esodo degli istriani, fiumani e dalmati, spesso accolti con diffidenza dagli stessi italiani che imputavano loro responsabilità politiche. Dal 2004 è una ricorrenza civile nazionale, istituita dal Parlamento italiano.
In veste di Vicepresidente del Consiglio comunale, ho partecipato all’inaugurazione della Mostra “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente. L’esilio dei Giuliano-Dalmati alla fine del secondo Conflitto Mondiale” che il Comune di Milano da qualche anno allestisce nella Sala Arazzi di Palazzo Marino, precedentemente già esposta al Meeting per l’Amicizia tra i Popoli del 2015 e presso la sede del Parlamento europeo di Bruxelles nel 2019. Partendo dall’analisi di semplici parole, la Mostra viaggia di scuola in scuola per raccontare la storia e spiegare il significato profondo di termini come “confine”, “esodo”, “viaggio”, “ricordo”…
La Mostra presenta una chiara linea del tempo che racconta l’evolversi degli eventi storici che hanno drammaticamente portato all’epilogo dell’esodo. Si calcola che dal 1946 al 1956 circa 250.000 italiani dovettero lasciare le terre assegnate alla Jugoslavia e che dal 1943 al 1947 per mano dei partigiani del maresciallo Tito si compì l’eccidio di oltre diecimila persone, gettate vive o morte nelle cavità carsiche ai confini orientali note col nome di “foibe”, solo per il fatto di essere italiani.
Anche ospitando questa Mostra, il Comune di Milano vuole contribuire a riflettere sulle vicende sofferte, che hanno la medesima dignità delle vittime di tanti altri eccidi, di tutti i genocidi del XX secolo, delle “pulizie etniche”, di chi ancora oggi è fermato da muri e filo spinato, di chi intraprende viaggi della disperazione








