Ogni comunità, così come ogni individuo, è chiamata oggi a coltivare uno stile di vita che rifiuti ogni forma di violenza: non solo quella evidente e brutale, ma anche quella più sottile e nascosta che si annida nelle strutture ingiuste, nei linguaggi aggressivi, nelle relazioni segnate dall’arroganza e dall’indifferenza.
A partire dalla mia esperienza politica e accompagnata dall’amico giornalista Paolo Rappellino, ho riflettuto con Virginia Invernizzi (Comunità di Sant’Egidio), don Eugenio Brambilla (Caritas ambrosiana), Cristina Arcidiacono (pastora battista) sulla nostra città e sulle sue fatiche, ma anche sulle opportunità che offre per essere luogo di pace, perché «la pace sia con tutti noi».
Per portare “una pace disarmata e disarmante” bisogna innanzitutto essere disposti a mettersi in gioco, a esporsi, a mettersi in mezzo col proprio corpo, prima ancora che con le parole. È ciò che ho sperimentato nel viaggio in Ucraina, in occasione del Giubileo della Speranza.
Come ha detto mons. Kulbokas: «La guerra non si risolve con mezzi politici né con mezzi militari. Ci vuole un’idea». E quell’idea, per noi, è stata partire. Non limitarsi a “mettere like” alle cause in cui crediamo, ma lasciare che il corpo si muova e si mobiliti. Eravamo in 110, credenti e non credenti, per portare solidarietà e amicizia a un popolo ferito dalla guerra. Percepire fisicamente che cosa sia la guerra impedisce che resti una parola astratta. Cambia radicalmente lo sguardo, rende più autentica la nostra testimonianza, più autorevole la nostra voce. Lo abbiamo capito profondamente la notte del 5 ottobre, su un treno non lontano da un forte attacco russo a Leopoli. Da quel momento siamo stati “autorizzati a raccontare”: cercati, ascoltati, interpellati.
Il contrario del “mettersi in mezzo” è l’indifferenza. È facile giudicare, dare consigli, schierarsi restando comodi nelle proprie case. È più difficile partire, andare in un Paese in guerra per chiedere la pace. Anche la preghiera, in questo contesto, diventa un atto di coraggio.
Ma cosa significa, concretamente, scegliere uno stile di vita e di politica che rifiuti ogni forma di violenza? Quali scelte, quali progetti, quali impegni?
Oggi il linguaggio e la postura della politica la descrivono spesso come luogo del conflitto permanente: antagonismo, scontro, differenze inconciliabili. La nostra società è attraversata da una rabbia sproporzionata, da forme di violenza e arroganza che tendono all’escalation, rendendo sempre più difficile fermarsi, ascoltare, contenere.
La mia scelta, il mio stile, è provare a essere ponte. Ponte per rendere possibili passaggi prima interrotti, congiunzioni altrimenti impensabili. Il ponte è una metafora potente: consente di attraversare senza cancellare ciò che scorre nel mezzo; unisce sponde diverse senza annullarne l’identità. I suoi confini diventano permeabili, ma non scompaiono.
Servono ponti da costruire e da attraversare per fare esperienza concreta di unità e diversità insieme. Per far incontrare opposti che, solo riconoscendosi distanti, possono arrivare a congiungersi senza perdere autenticità e originalità, arricchendosi a vicenda. Anche l’“avversario”, in politica, rivela un confine: tra ciò che sono e ciò che potrei diventare, tra una scelta scontata e una più audace.
Il confronto — sempre difficile, talvolta aspro — può diventare un’opportunità. È lo spazio della verità, che costringe a chiarire i propri valori, a dare ragione delle proprie posizioni. «Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi» (1Pt 3,16).
Quando il confronto smette di essere solo lotta per sconfiggere l’altro e diventa ricerca sincera, può trasformarsi in una fatica feconda: non elimina le differenze, ma insegna a rispettarle e ad abitarle senza distruggere né sé né l’altro. È ciò che ho sperimentato attraverso il confronto che ci ha portato all’Ordine del Giorno sulle carceri: non è stato il risultato che avrei voluto io, ma è il passo possibile oggi, il “bene comune” che ci ha permesso di trasformare lo scontro in incontro. Questo, per me, è la politica.
In tempi difficili come quelli che viviamo, siamo chiamati a tenere insieme la complessità, non a semplificarla secondo il nostro punto di vista. Come cristiani, e come cittadini, possiamo aiutare la città a essere sempre più luogo di accoglienza e fraternità tra i popoli solo se sapremo esercitare creatività nella cultura politica e se avremo il coraggio dell’immaginazione, che comprende la dimensione della profezia, propria della spiritualità cristiana, capace sia di “annunciare” che di denunciare. Alla creatività dei credenti è affidata una responsabilità decisiva: trovare forme nuove, credibili e coraggiose per l’azione politica, capaci di generare pace disarmata e disarmante.
Uno di questi percorsi intreccia il mio impegno per dare voce a chi ha scelto di riconoscersi nei valori fondamentali del nostro Paese, tanto da volerne appartenere e chiedere la cittadinanza. Questo traguardo ci permette di abitare una città multietnica e multireligiosa, che chiede di essere ricomposta in un orizzonte condiviso, dove il cosmopolitismo (una comunità che viene da tutto il mondo) è il contrario del nazionalismo, dove la curiosità per le cose che cambiano è il contrario della paura che le cose cambino.







