Prima Pamela Genini, poi Luciana Ronchi, pochi giorni dopo, un nuovo agghiacciante aggiornamento… In Italia, l’elenco dei femminicidi conta già 85 vittime da inizio anno. È ormai un’emergenza nazionale, non legata a specifici contesti territoriali, ma il dato impressionante è che oltre metà delle donne ha trovato la morte per mano del proprio partner, dell’ex o di un familiare.
La seduta del Consiglio comunale del 23 ottobre si è aperta con un gesto di unanime condanna e condivisione da parte di tutti i consiglieri: un nastro rosso ci ha uniti da una parte all’altra dell’emiciclo. Un legame fisico e ideale, pur nel rispetto delle differenze politiche, di fronte a una scia di violenza che insieme dobbiamo contrastare.
Al termine del Consiglio, ho poi partecipato con profonda commozione alla manifestazione silenziosa tra le vie di Bruzzano, dove più di una donna ha alzato la voce e ha chiesto aiuto in piazza: segno, a mio parere, di una consapevolezza che si sta facendo strada e di un desiderio di emancipazione sano, positivo, giusto. C’erano donne di ogni età, ma anche tanti uomini e ragazzi. Da loro dobbiamo incominciare per lavorare insieme a un cambiamento culturale che inneschi una narrazione diversa.
Ma il cambiamento culturale è innanzitutto un tema educativo. Non basta inasprire le pene, né solo aumentare le azioni a tutela di chi è vittima di violenza. Anche se su questo fronte serve fare molto di più e molto più seriamente: perché l’assassino di Jessica Stapazzolo Custodio de Lima non aveva addosso il braccialetto elettronico? Perché alle forze dell’ordine non era arrivata la segnalazione di questa anomalia?
D’altra parte, credo che bisogna innanzitutto lavorare sulla prevenzione, bisogna fornire le coordinate utili a riconoscere una situazione di violenza e a valutare il rischio concreto. Serve parlare ai giovani e alle giovani di rispetto, diritti, consenso, dignità. Serve educare a riconoscere i gesti di sopraffazione, talvolta confusi con gesti d’amore. Serve mettere in discussione stereotipi di genere che spesso giustificano prevaricazioni all’interno delle prime relazioni di coppia e che talvolta sono proprio le stesse famiglie di origine a trasmettere.
Per questo è sinceramente sconcertante l’equazione secondo cui più sono in aumento i femminicidi nel Paese, più convintamente il Governo cancella l’educazione affettiva nelle scuole…
Da parte mia, sto portando avanti anche un altro impegno sul versante dell’educazione/prevenzione, ovvero la proposta di adeguamento del codice penale italiano con riferimento al principio del consenso in caso di stupro. Infatti, ad oggi, la legge italiana considera stupro solo le violenze sessuali che avvengono tramite l’uso di violenza, minaccia, coercizione o abuso di potere e non considera invece tutti quegli atti compiuti senza il consenso delle persone coinvolte. In questo ambito, sostengo la campagna “Io lo chiedo” promossa da Amnesty International Italia per promuovere la cultura del consenso e modificare l’articolo 609-bis del codice penale italiano, affinché ogni atto sessuale senza consenso sia riconosciuto come stupro, in ottemperanza all’articolo 36 della Convenzione di Istanbul. Anche attraverso azioni politiche si incide su un cambiamento culturale e si combatte la violenza sessuale.

Suggerisco anche un approfondimento di Silvio Mengotto sulla manifestazione tenutasi per Pamela Genini nel quartiere di Gorla.







