Ho scelto alcuni flash dei miei cinque giorni in Ucraina in occasione del Giubileo della speranza, organizzato dal Mean – Movimento Europeo di Azione Nonviolenta con gli ucraini e per gli ucraini. Le emozioni sono state molte e intense, si sono sovrapposte e mescolate ad ogni incontro e in ogni luogo. Ho visto coi miei occhi come la guerra semina terrore tra i civili e i residenti e colpisce ciò che serve per vivere, ma al tempo stesso compatta in un unico fornte la resistenza, militare e civile, un popolo che sogna e vive già lo spirito europeo di libertà e ricerca giustizia. È significativo esserci stata e condividere con loro la paura. Questo mi autorizza a chiedere con ancor più forza la pace.
Le prime parole che abbiamo udito sono quelle del nunzio apostolico della Santa Sede, Visvaldas Kulbokas, che a Kyiv ci ha accolto in piazza Maidan con questo saluto: «La guerra non si risolve con mezzi politici né tanto meno con i mezzi militari. Ci vuole un’idea. E voi, uomini e donne che venite dall’Italia, non siete una realtà tra tante. Siete una forza di umanità. […] Fin dall’inizio ho sostenuto questa vostra iniziativa di un Giubileo della Speranza perché è un modo di fare pellegrinaggio umano e di prendere nelle nostre mani le redini della storia. Siamo in un posto simbolico. Preghiamo non soltanto per gli ucraini caduti, ma anche per i soldati russi e per tutte le vittime di tutte le guerre».
La forza della società civile
Quando la società civile si muove, lavora, avanza, dialoga e si mette in mezzo rischiando la propria vita, il percorso verso la pace sembra più vicino e soprattutto è possibile.
A Kyiv abbiamo incontrato e ascoltato giovani donne meravigliose, che riescono ancora a sognare libertà, diritti umani, pace ed Europa. Sono Alyona Horova, Presidente dell’Istituto per la Pace e la Comprensione; Ruslana Havrylyuk, Presidente del Centro di Mediazione della Bucovina; Daria Kaleniuk rappresentante dell’Associazione Anticorruzione Ucraina. Tutte realtà che operano da anni per la mediazione e la risoluzione dei conflitti, la giustizia riparativa, il dialogo tra le comunità e il sostegno alle scuole, soprattutto quelle che si trovano sulla linea del fronte e dove la didattica va purtroppo solo online. Donne “disarmate e disarmanti”, per usare le parole di Leone XIV, che reagiscono e seminano gesti e legami concreti di pace e di pacificazione nella società civile, scommettendo nella possibilità di trasformare il conflitto in una risorsa per lo sviluppo, promuovendo il dialogo in tempi di guerra e di crisi e creando spazi di fiducia, dignità e solidarietà, il tutto integrando l’esperienza ucraina nel contesto globale. Nelle loro mani è riposta la speranza di una ricostruzione giusta e di una gestione pacifica del conflitto.
A Kharkiv, a trenta chilometri dal fronte, gli imprenditori non attendono la fine della guerra per progettare il futuro delle loro imprese: sono impegnati fin da oggi a costruire e ricostruire uno spazio di speranza all’interno del Paese e delle loro aziende, dentro la resistenza di ogni giorno. Alcuni di noi li hanno incontrati e hanno vissuto un confronto tra aziende e professionisti italiani e ucraini per cercare partner e conoscere la sostenibilità, casi specifici, energia e gestione dei rischi. Per le aziende, tali connessioni significano l’accesso a nuovi mercati, investimenti e l’opportunità di imparare gli uni dagli altri. Questo è ciò che aiuta le aziende a svilupparsi e il paese a riprendersi.

Gli amministratori locali: aiutateci!
Al Circolo Diplomatico di Kharkiv, ci siamo confrontati coi responsabili di progetto del Consiglio regionale e dell’amministrazione militare regionale. Abbiamo incontrato amministratori che lavorano per non far mancare nulla alle comunità provate dalla guerra e per tenere alta la speranza di un futuro migliore. La cosa sorprendente è che nulla si ferma: nessuno di loro ha mai smesso di lavorare per ricostruire e tenere in ordine la città in modo rapido ed efficace, affinché la società civile non si senta sola ma resti unita e coesa. Tutti hanno in mente piani per il futuro e pensano ai bambini e a nuove scuole, da costruire… sottoterra! Si è parlato di collaborazione internazionale, gemellaggio, aiuti concreti. Ma soprattutto quello che chiedono è una vicinanza a tutti i livelli: umana, politica, religiosa e spirituale.
Il giorno successivo, ancora al Circolo Diplomatico di Kharkiv, abbiamo approfondito la possibilità di far partire progetti concreti, in particolare col sindaco di Zolochiv, Victor Kovalenko, e la sindaca di Rogan, Mariia Chernenko. Ci sono tante belle figure di donne che in modi diversi stanno sul fronte e sanno coniugare grandissima umanità e concretezza. Conosciamo le problematiche che ogni giorno devono affrontare: hanno una gran voglia di essere ascoltati e di trovare qualcuno che dall’esterno li aiuti. Emerge soprattutto l’urgenza di fare qualcosa per i bambini. Ogni giorno la cronaca di guerra registra notizie tragiche: servono esperienze che permettano loro di superare i traumi della guerra ed elaborare pensieri positivi ai giovani, serve riabilitazione fisica e psicologica. Si parla di gemellaggi già in corso e di percorsi nuovi per realizzare cose concrete a favore delle comunità.
È stato molto emozionante ricevere da Victor Kovalenko una medaglia della sua città: mi sono sentita investita di una grande fiducia nel poter costruire fratellanza tra le città. Ho capito che mi devo assumere un impegno concreto. Mi convinco sempre più che l’unico modo a mia disposizione per superare la guerra e guardare lontano è il dialogo, il confronto e la diplomazia.

Il silenzio della morte
La prima “celebrazione pubblica” a cui abbiamo assistito in Ucraina è stata la mattina dell’arrivo a Kyiv: durante la colazione, improvvisamente alle 9 del mattino, c’è stato il minuto di silenzio per tutti i caduti, un rito semplice e potente che gli ucraini celebrano ogni giorno fermandosi e alzandosi in piedi, ovunque sono.
Ma la misura della tragedia della guerra ci è chiara quando ci troviamo di fronte alla distesa di stendardi, foto e lumini di Piazza Maidan a Kyiv, alle innumerevoli bandiere giallo-azzurre che sventolano il giorno successivo nel Cimitero dei Caduti di Kharkiv e poi, poco prima di salire sul treno del ritorno ancora a Kyiv, alle foto dei “difensori” (non soldati!) – giovani uomini e donne – che ricoprono inerti e muti le mura del Monastero di San Michele non lontano dal fiume Dnepr. Lì accanto anche diversi carri armati e blindati colpiti nel corso delle battaglie. Segni tangibili di una città in guerra.
Alla luce di tutto questo, acquistano ancor più valore le preghiere interreligiose che hanno unito ucraini e italiani, condivise col nunzio apostolico del Vaticano in Ucraina Visvaldas Kulbokas, il vescovo cattolico di Kyiv Vitalii Kryvytskyi, il vescovo cattolico di Kharkiv Zaporizhzhia Pavlo Honcharuk e il vescovo Vasyl, esarca del rito greco-cattolico della stessa regione.
Il silenzio della morte rende anche noi ammutoliti e spaventati quando, alle 4 e mezza del mattino, il treno del ritorno si ferma a pochi chilometri dal confine polacco e, non lontano da noi, ci sveglia il rombo di bombardamenti, mitragliatrici e missili ipersonici. Poi veniamo a sapere che è stato uno dei peggiori attacchi dall’inizio della guerra, anche uno dei più vicini al confine Ovest, a soli 70 chilometri dalla Polonia, tanto da far alzare in volo gli F35 polacchi. Un drone pare sia stato abbattuto a 100 metri da noi. E ci sono ancora vittime civili e infrastrutture industriali distrutte. In quel momento capiamo davvero cosa significhi vivere in guerra ed essere esposti sempre all‘imprevedibile. Gli ucraini vivono questo terrore tutti i giorni e tutte le notte da tanti, troppi anni.

La Filarmonica di Kharkiv: la cultura non si spegne
Il momento più commovente per me è stata la serata alla Filarmonica Nazionale di Kahrkiv, una delle più importanti dell’Ucraina.
La guerra ha costretto l’orchestra filarmonica a emigrare e a sospendere il suono del suo ampio repertorio sinfonico e lirico. È rimaso solo il maestro Yuriy Yanko e pochi fedelissimi che fanno ancora suonare il più giovane e il più grande organo d’Europa, da 5700 canne.
Coi telefoni offline e la geolocalizzazione disattivata per non attirare l’attenzione, abbiamo assistito a un concerto d’organo del giovane Stanislav Kalinin che ha suonato per noi pezzi di Bach e musiche moderne e contemporanee di compositori ucraini.
Bellissima la musica e scrosciante l’applauso che riempie la sala dopo anni di silenzio di pubblico. L’organista si commuove e anche noi.
Una serata piena di dignità e orgoglio, a partire dalla compostezza e dall’eleganza della presentatrice, che a fine serata scopriamo accompagnata dal marito in congedo militare: lui ha ancora indosso la tuta mimetica e se ne sta seduto in modo un po’ defilato nelle ultime file della grande sala. Scatta uno spontaneo lungo applauso che ci fa alzare tutti in piedi rivolti ammirati verso di lui.
E subito dopo parte anche una spontanea colletta tra di noi per sostenere le spese di questo spettacolare tempio della cultura, lasciato sulle spalle del solo maestro e dei suoi fedeli musicisti.

L’Università: non interrompete lo speranza
Mentre io mi confronto con gli amministratori, un altro gruppo incontra il Rettore dell’Università Beketov, una delle ventitré Università di Kharkiv, professor Ihor Biletsky, che mostra i disastri dell’ultimo drone che ha colpito l’edificio. Eppure non cede alla tentazione di chiudere: sono stati danneggiati più di venti volte e con le sue studentesse e i suoi studenti hanno sempre risistemato gli edifici. Giovani che sfidando la lontananza e il pericolo incontrano noi italiani e ci gridano il loro desiderio di essere Europa.
Le parole del Rettore sono una conferma della necessità di essere qui per non restare indifferenti di fronte alla guerra:
«Ho sempre avuto simpatia per il pacifismo come idea, anche perché ho fatto il servizio militare e non c’è pacifista più convinto di chi ha fatto la guerra. Mentre mi preparavo a ricevervi cercavo di capire come mai persone dalla bella e soleggiata Italia vengono in un paese in guerra e per di più in una zona vicina al fronte, rischiando realmente e abbracciandoci in questo pericolo. Quindi mi domandavo perché lo fate, ma dentro di me avevo già la risposta. Quando ho iniziato a parlare con Marcello Raimondi (portavoce MEAN, ndr) della possibilità di questo incontro, sono stato molto concreto: la guerra è il male assoluto perché distrugge tutto, le case naturalmente, ma anche le speranze, le anime, l’empatia, distrugge tutto ciò che tocca, anche le idee delle persone più belle. Però c’è una cosa più brutta della guerra, ed è l’indifferenza. E quando voi siete arrivati qua, ci avete ricordato che c’è un mondo che non è indifferente, la vostra empatia spezza quel malvagio incanto della guerra e la vostra azione di resistenza non violenta ridona a noi la speranza di riuscire a combattere contro il male».

La chiesa come “ospedale da campo”
La Chiesa greco-cattolica di Kharkiv ha realizzato il sogno di papa Francesco: era in costruzione quando la Russia ha incominciato la guerra, perciò non è mai stata finita. Subito la parte sotterranea è stata trasformata in una cappella-bunker e la parte superiore è diventata un magazzino che raccoglie gli aiuti provenienti dall’Italia per gli sfollati e i senzatetto: un’autentica chiesa “ospedale da campo”!
Intorno alla chiesa sono state montate diverse tende da campo che sono diventate i cosiddetti “punti di invincibilità”, dove attraverso un generatore è possibile ricaricare cellulari, torce e device in caso di black-out, prendere l’acqua se le pompe non funzionano, ricevere beni di prima necessità, ma anche e forse soprattuto incontrarsi e condividere con altri la normalità di una vita quotidiana fatta di paura e di imprevisti. Qui la Chiesa ha centrato la sua missione puntando all’essenziale, alla carità, alla fraternità, alla comunione.
Così diceva papà Francesco: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso».







