Il Leoncavallo, lo storico centro sociale autogestito più famoso d’Italia è stato sgomberato dal Governo con un blitz a insaputa del sindaco e del Comune in piena estate, la mattina del 21 agosto, quando era già stato programmato un intervento del Comune per qualche settimana dopo, il 9 settembre.
Come ha riferito il sindaco, in considerazione di questa timeline, il Comune stava da mesi portando avanti un positivo confronto per portare alla piena legalità tutta l’iniziativa del centro e stava valutando varie soluzioni a norma di legge, che potessero andare nel senso auspicato.
Già nel marzo 2025, il Comune aveva ricevuto da parte dell’Associazione Mamme Antifasciste del Leoncavallo una manifestazione di interesse preliminare con richiesta di sopralluogo per la concessione d’uso di un immobile di sua proprietà, situato in via San Dionigi. L’Amministrazione è sempre stata intenzionata a trovare una soluzione pragmatica che, nel rispetto delle norme, salvaguardasse l’esperienza, la storia e l’evoluzione che il centro sociale ha vissuto negli ultimi anni. Ora l’iter ha avuto un’accelerazione per via dello sgombro improvviso e il Comune ha già avviato una procedura pubblica per raccogliere manifestazioni di interesse relative alla riqualificazione degli immobili di via San Dionigi.
La storia del “Leonka” inizia in via Leoncavallo, nel quartiere di Casoretto nel 1975 per poi trasferirsi nel 1994 in via Watteau, grazie alla disponibilità della stessa proprietà dell’immobile.
Lungo anni controversi e difficili, segnati da contraddizioni, divergenze e conflitti, il Leoncavallo ha costruito una storia importante, sempre caratterizzata dall’antifascismo e dal desiderio di offrire alternative di vita e servizi a chi ne era privo, cercando di incanalare anche l’avversione a una certa dinamica politica e della società attraverso l’attuazione di progetti concreti e condivisi. Da decenni è un luogo pacifico di impegno, che ha portato all’elaborazione di nuovi e alternativi modelli culturali sostenuti dallo sguardo internazionale che ha visto in questo luogo un’esperienza da valorizzare, inserendola anche fra i patrimoni museali di auto-cultura.
Qui aveva sede anche la Scuola Popolare d’Italiano per Stranieri, che da oltre vent’anni offriva gratuitamente corsi di lingua italiana a migranti e rifugiati, costruendo percorsi di integrazione e cittadinanza attiva.
La vera domanda politica che oggi accompagna questa vicenda è se Milano e le istituzioni cittadine sono e saranno capaci di avviare una positiva dialettica capace di tutelare luoghi come il Leoncavallo – ma non solo –, capaci di imporsi sul panorama culturale cittadino e italiano in modo costruttivo, pur se non convenzionale, imponendosi coi propri sogni e punti di vista alternativi, ma allo stesso tempo generativi di una visione di città a vantaggio di tutti, non omologata a modelli identitari, politici, sociali e culturali.
Anche perché la vera sicurezza non nasce dagli interventi di sgombro della polizia (soprattutto se non concordati con le amministrazioni locali), ma da un lavoro costante, programmatico e continuo per cancellare le disuguaglianze, per sostenere le fragilità, per dare riconoscimento agli invisibili, per lavorare sulle disuguaglianze, per assicurare più diritti, per far crescere comunità più forti. Le città hanno bisogno di spazi dove incontrarsi, discutere, confrontarsi in modo libero.









