Ha lasciato tutti sgomenti la tragedia della morte della signora Cecilia De Astis, travolta e uccisa poco prima di Ferragosto da un’auto rubata con a bordo quattro ragazzini rom tra gli 11 e i 13 anni e guidata dal maggiore di loro.
Io sono stata spesso nel quartiere del Gratosoglio, anche col sindaco Sala, e ho camminato più volte lungo la via che ha visto la morte della povera signora. Lì ho conosciuto le tante diverse realtà che lavorano insieme unendo forze e idee. Lì ho partecipato regolarmente al tavolo di progettazione che vedeva la compartecipazione di attori diversi: il Comune, il Municipio 5, le tre parrocchie, il terzo settore, gli istituti scolastici del territorio. Lì sono state portate diverse iniziative per accendere i riflettori sul quartiere, a partire dal progetto culturale di Frida Kahlo che per un weekend ha catalizzato l’attenzione dell’intera città, trasformando le quattro torri bianche di Aler in un museo a cielo aperto. Lì c’è anche Oklahoma, una realtà che lavora instancabilmente per dar vita a momenti di convivialità, socialità e integrazione per far rivivere il quartiere. Lì sorge l’Istituto Arcadia, una scuola bellissima, guidata da un dirigente illuminato, una di quelle che hanno avviato per prime la sperimentazione del metodo Montessori, che poi il Ministero ha riconosciuto come metodo di valore per tutte le scuole secondarie di primo grado italiane.
Ma tutto questo non è bastato a intercettare il vuoto educativo che circondava quattro ragazzini abbandonati a se stessi, che vivevano nel piccolo insediamento rom vicino al luogo dell’incidente e che erano del tutto sconosciuti alle istituzioni, tanto che non erano neppure registrati all’anagrafe ed evidentemente non andavano a scuola. Ora è stata tolta alle famiglie la responsabilità genitoriale dei minori e i piccoli sono stati affidati al Comune che li ha messi in una comunità protetta.
Non è bastata neppure la determinazione del Comune a chiudere la maggior parte dei campi rom cittadini, con un approccio attento ai problemi sociali, dopo anni di sgomberi inefficaci da parte delle giunte di destra (in 17 anni di governo, dal 1993 al maggio 2011, la destra milanese aveva aperto e autorizzato nuovi campi e ne aveva chiuso uno solo nel 2010): quando arrivò al governo della città il centrosinistra, nel giugno 2011, trovò a Milano 7 campi autorizzati, e una ventina di insediamenti tollerati.
La sindaca Moratti, nel 2009, fece un Piano Rom con un finanziamento di 13 milioni di euro per Milano del Governo Berlusconi. Con quei soldi si “misero a norma” i campi di via Chiesa Rossa, via Martirano e via Idro. Il Piano aveva stanziato 867.600 di euro per i rimpatri dei rom: soldi dati alle famiglie sulla base della promessa di tornare in Romania; in effetti tornarono nel loro Paese… e dopo qualche mese rientrarono in Italia. Il Piano prevedeva di spendere per il sostegno sociale e abitativo ai rom 4 milioni di euro.
Il centrosinistra, già a novembre 2012, scrisse le linee guida che prevedevano il superamento di tutti i campi, sia quelli regolari che quelli tollerati: in tredici anni ha chiuso ben 24 campi rom (4 autorizzati e 20 irregolari), contro uno solo chiuso dal centrodestra! E questo perché il campo è un luogo chiuso dove prendono il sopravvento le famiglie che vogliono trarre profitto dall’illegalità, segnando per sempre la vita dei giovani che vi abitano; è un luogo dove si accumulano rifiuti e si generano gravi problematiche igieniche-sanitarie. Anche l’insediamento di via Selvanesco è stato interessato più volte da operazioni di messa in sicurezza, ma successivamente sono sempre tornati nuovi nuclei familiari.
Eppure, non possiamo rassegnarci di fronte alla graffiante verità che ci presenta un quartiere problematico perché, proprio in quanto luogo inquieto, immaturo, in trasformazione, la periferia è anche il luogo dove una città è più disponibile al cambiamento, dove investire in spazi da recuperare e rinnovare, dove cercare un equilibrio tra le esigenze della vita.
Tutto dipende innanzitutto dal nostro sguardo su quei quartieri: li vediamo solo come luoghi di impotenza, sconfitta e disperazione, sede dell’emarginazione e del degrado? Oppure riusciamo a immaginarli anche come luoghi con un potenziale di futuro per la città? Sono sempre più convinta che proprio nelle periferie si sta giocando la vera partita del futuro del nostro Paese, non solo della nostra città. Per vincere questa partita c’è bisogno di un investimento coraggioso su tematiche educative e di spessore culturale.
Marco Granelli, assessore alla Sicurezza ai tempi degli sgombri, sostiene: «Per superare i campi serve fermezza e legalità, ma serve lavorare con le famiglie e offrire percorsi che le aiutino a trovare un’abitazione vera, non una baracca in un campo. Un’abitazione dove poter stare con le persone e le famiglie della città, insieme alle famiglie dei compagni di classe dei loro figli. Per questo alle famiglie vengono offerti percorsi dei servizi sociali e abitativi, quelli previsti dalle leggi della Regione Lombardia, i SAT e SAP. Sono servizi temporanei abitativi per le famiglie che hanno difficoltà abitativa. Per accedervi bisogna avere criteri di fragilità (reddito basso, minori, problematiche di invalidità, assenza di proprietà, ecc.). E gli uffici del Comune fanno queste verifiche e si fanno aiutare anche dalla Guardia di Finanza. E chi possiede i requisiti accede ai servizi in trasparenza e senza percorsi privilegiati».








