Mentre sono in corso in tutta Italia decine e decine di conferenze stampa in altrettante province, anche a Milano si è presentata la Rete di Trieste, il network di amministratori locali di ispirazione cattolica nato a margine della Settimana Sociale con l’obiettivo di promuovere un nuovo modo di fare politica: “dal basso” e “dal di dentro” della quotidianità dei territori.
Nel segno di una ritrovata “amicizia civica” è stato illustrato il primo documento programmatico “trasversale” degli amministratori locali di matrice cattolica, una sorta di piattaforma programmatica con l’obiettivo di elaborare una proposta politica condivisa, disponibile ad essere adottata dalle amministrazioni locali così come dai partiti e dalle forze civiche.
Qualche settimana fa è stato costituito un Coordinamento nazionale degli amministratori cattolici. all’insegna della trasversalità, con personalità di centrosinistra, centrodestra, centro e “civiche”, estratte a sorteggio in base alle indicazioni dei gruppi regionali e assicurando l’equa rappresentanza di donne e under 35. Io stessa sono stata identificata come referente per la Lombardia.
Io credo che la Rete di Trieste sia un’occasione unica per ricostruire percorsi di senso e di impegno per una politica del dialogo che superi le polarizzazioni e cerchi sentieri e linguaggi nuovi per affermare il “bene comune” e la convivenza tra diversi. A Milano, il percorso della Rete di Trieste si intreccia anche con un laboratorio partecipato da diversi rappresentanti politici cattolici di varia estrazione partitica, che da circa un anno hanno accolto l’invito a confrontarsi su temi concreti che riguardano la vita e la politica cittadina, per avviare processi nella prospettiva bergogliana con la tensione a lavorare insieme per un “bene comune”, nel solco del Giubileo, della sinodalità e di un’attenzione particolare alle reali fragilità del nostro presente. Nel corso di questi incontri, abbiamo trovato convergenza nell’attenzione al tema delle carceri su cui stiamo lavorando.
È stato significativo organizzare questa presentazione presso la sede di Fondazione Culturale Ambrosianeum che, come ha sottolineato il Presidente Fabio Pizzul, «è nata come luogo di dialogo e incontro per ricostruire il Paese dopo la guerra e che, nel corso della sua storia, si è attestata come voce autorevole e spazio di cultura cristiana capace di accogliere e ascoltare voci diverse per convergere su obiettivi condivisi».
I PUNTI PROGRAMMATICI
Sono cinque i punti individuati che toccano alcune delle questioni più urgenti e incidono sulla quotidianità delle comunità e sull’intero sistema democratico del Paese. Anzitutto, la partecipazione dei giovani alla vita politica. Porre i giovani al centro delle strategie pubbliche significa costruire una società più giusta e lungimirante. Per favorire la partecipazione dei giovani, vengono proposti percorsi di formazione specifici, quote generazionali nelle liste elettorali, la promozione di spazi di socialità, aggregazione e coabitazione.
Il tema della partecipazione democratica non riguarda però solo i giovani. L’astensionismo rappresenta infatti, oggi uno dei maggiori problemi per la tenuta democratica del Paese: ad ogni tornata elettorale, sono circa il 50% degli aventi diritto a presentare alle urne per esprimere il proprio voto. Occorre quindi lavorare per stimolare la partecipazione democratica dei cittadini, sviluppando nuove prassi e promuovendo strumenti di democrazia partecipata e di consultazione, che contribuiscano a ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini ed istituzioni (come assemblee pubbliche e bilanci partecipativi); ad avviare processi di collaborazione paritaria tra pubbliche amministrazioni, Terzo Settore, comitati o gruppi informali. Infine, istituire organi consultivi giovanili per favorire la progettazione continua e il dialogo con l’amministrazione.
La Rete si propone, poi, di ripensare interamente il welfare di prossimità, sviluppando un sistema cooperativo che valorizzi le realtà sociali, a partire da azioni concrete di coprogettazione, coprogrammazione e amministrazione condivisa con gli enti di Terzo Settore riconosciuti. L’obiettivo è rispondere in maniera efficace alle fragilità attraverso un’integrazione virtuosa di pubblico, privato e Terzo Settore. Tra le proposte presentate, le scuole aperte nel pomeriggio, il potenziamento delle reti solidali di recupero delle eccedenze di cibo per contrastare lo spreco alimentare e il rilancio del diritto all’abitare e la vivibilità dei centri storici.
Il quarto punto pone il focus sulle aree interne e le periferie: ripensare le aree marginali del Paese come laboratori di innovazione e comunità resilienti. In parte lo sono già: alcune delle migliori esperienze di rigenerazione urbana e di micro-imprenditoria sono nate proprio in questi luoghi. È il segno che, se incentivate, le aree interne possono essere luoghi pieni di vita, che garantiscono la tenuta dei territori più complessi del fragile suolo italiano. Da qui delle proposte specifiche per incentivare il ritorno e il restare in questi luoghi, come una flat tax per i piccoli comuni, nuovi criteri per la distribuzione dei fondi pubblici, la promozione di nuove forme di auto-organizzazione economica e di hub di territorio.
Infine, ma non ultimo, si evidenzia il tema della sostenibilità e della transizione ecologia del territorio rappresentano oggi uno dei più importanti investimenti per il futuro delle comunità. In un contesto di profondo mutamento climatico, la proposta è di incentivare la nascita delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) attraverso gli incentivi specifici e la semplificazione delle normative, la pedonalizzazione degli spazi pubblici e la mobilità dolce.
I PARTECIPANTI
Oltre a me, alla conferenza stampa erano presenti altri colleghi consiglieri comuali, che hanno rilasciato le seguenti dichiarazioni.
«L’unità è superiore al conflitto, ammoniva papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”. Questo è il tentativo degli amministratori e delle amministratrici della Rete di Trieste: cercare ciò su cui siamo d’accordo per il bene comune – evidenzia Paolo Petracca, consigliere comunale di Milano, rappresentante della Lista civica – e non ciò su cui invece abbiamo idee non conciliabili, tra credenti di diversi schieramenti ma anche con i non credenti. Con i credenti che si assumono la responsabilità di prendere l’iniziativa secondo il principio dell’amicizia sociale contenuto nella Fratelli Tutti. Ci aspetta un grande lavoro che speriamo possa dare tanti frutti, sorprendenti e inaspettati».
«Come cattolici impegnati in politica – interviene Deborah Giovanati, consigliere comunale di Milano, appartenente al gruppo di Forza Italia – non dobbiamo avere paura della complessità anzi penso sia nostro compito e responsabilità, non affrontare le questioni superficialmente o per alzare bandierine politiche. Se teniamo lo sguardo alto questa rete potrà dare un contributo importante».
«La mia adesione alla Rete di Trieste – spiega Ruggiero Delvecchio, capogruppo di Forza Italia nel Consiglio comunale di Settimo Milanese – non rappresenta solo una condivisione di contenuti programmatici, ma l’inizio di un cammino: un percorso in cui il cattolico impegnato in politica depone la propria casacca partitica per indossare quella del bene comune. Credo profondamente che oggi sia necessario un salto di qualità nel nostro modo di essere presenti nella vita pubblica. Non si tratta di rinunciare alle proprie appartenenze, ma di saperle relativizzare di fronte all’urgenza di un’Italia che ha bisogno di ponti più che di steccati. È su questa strada che vogliamo incamminarci, cercando ciò che unisce e lasciando da parte ciò che divide. La trasversalità della Rete non è debolezza ma forza: è la testimonianza concreta che si può fare politica partendo dalla fede, senza ridurla a ideologia. È un invito a mettersi insieme, come credenti e come cittadini, per costruire città più giuste, più umane, più fraterne. Per questo, con umiltà ma anche con determinazione, ho scelto di far parte di questo progetto. Perché non è in gioco solo un’agenda politica, ma una testimonianza. E una speranza».







