Quando si parla di sport, educazione e comunità, gli anni passano in fretta e dietro lasciano una bellissima scia di storie, volti, emozioni e momenti da ricordare e da raccontare.
È proprio quello che è successo nelle ultime settimane all’Associazione Sportiva Dilettantistica Giovanni XXIII, che ha festeggiato 60 anni di sport all’Ortica. E per farlo, ci sono volute ben due settimane di festa: 36 squadre, quasi 300 ragazzi coinvolti, un susseguirsi di partite, incontri, eventi e… salamelle!
Oggi come allora, ogni allenamento, ogni partita, ogni momento vissuto insieme fa parte di un progetto più grande, che mette al centro le persone, prima ancora dei risultati.
L’ASD Giovanni XXIII è nata – come tante società sportive che aderiscono al CSI – negli oratori, nei quartieri, tra le vie di periferia, dove lo sport non è solo competizione, ma un linguaggio per stare bene insieme, per crescere in libertà, per diventare grandi un passo (e un passaggio) alla volta.
Il passato di questa grande famiglia sportiva è stato una palestra di vita: racconta di generazioni di ragazzi diventati uomini, educati alla lealtà, all’amicizia, al rispetto delle regole condivise. Ragazzi che hanno imparato cosa significa davvero fare squadra, riconoscere l’altro come compagno o come avversario… ma mai come nemico.
Perché nello sport, come nella vita, non si impara a perdere, ma si impara dal perdere. Perdere non è un fallimento, è solo un modo diverso di crescere.
Il presente rilancia con forza quei valori che non sono affatto passati di moda. Anzi, oggi più che mai parlano ai giovani, che vivono spesso in un mondo pieno di ansie e aspettative. Dove anche un mancato “like” può sembrare una sconfitta.
Lo sport insegna una cosa fondamentale: puoi cadere, sì… ma l’importante è rialzarti. Impari a sostenere la frustrazione di un “no”, a non cercare sempre un colpevole fuori da te. A non temere i tuoi limiti, ma a lavorare per superarli, un po’ alla volta.
Lo sport in oratorio insegna ai ragazzi che non devono cambiare per piacere agli altri, ma possono crescere per essere davvero sé stessi. E crescere è anche questo: scoprirsi, mettersi alla prova, riconoscere i propri talenti… ma anche accettare i propri limiti. Perché non c’è niente di più bello che sentirsi visti per quello che si è davvero.
E questo percorso educativo vale per i nostri figli, certo, ma anche per chi arriva per la prima volta nel quartiere e sceglie di unirsi a una comunità dove lo sport è ancora scuola di vita, di impegno e di cittadinanza attiva.
E il futuro? Lo immaginiamo con le scarpe da ginnastica ai piedi e il sorriso sulle labbra. Perché lo sport in oratorio non è qualcosa di vecchio: è un’occasione concreta. Un’occasione per vivere il proprio tempo con gioia, per prendersi cura del corpo e della mente, per dire sì alla salute e no al malessere.
È un invito a vivere relazioni vere, non solo virtuali, e a imparare il valore del “fare squadra” davvero. Perché la partita più difficile, lo sappiamo, è quella educativa. E non si gioca da soli. Servono alleati: la comunità, le famiglie, la parrocchia, la città.
Allora scendiamo insieme in campo!









