Ho seguito da vicino l’evoluzione del progetto CLOSE2MI che da sperimentazione è recentemente diventato un programma strutturale dell’Ospedale di Niguarda. L’iniziativa – avviata a partire da un progetto di Fondazione Ospedale Niguarda – copre un’emergenza che più volte ho denunciato: la necessità di creare una rete di prossimità territoriale per neo-genitori e, in particolare, offrire un sistema di assistenza dedicato per le neo-mamme, così da aiutarle nell’assunzione di un compito che cambia la vita. Dopo aver coinvolto 100 neo-mamme nell’arco di 12 mesi e dopo averne verificato i risultati e l’impatto, a partire dal prossimo anno le professioniste coinvolte entrano nello staff ospedaliero e il servizio diventa integrato.
Attualmente il progetto si rivolge alle donne che risiedono nel Municipio 9 e che partoriscono presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. Si tratta di una rete di sostegno costituita dall’Assessorato al Welfare del Comune di Milano, dal Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi Milano Bicocca, da Intesa San Paolo e Save the Children Italia, col contributo di Regione Lombardia; un’alleanza che si basa sull’integrazione tra pubblico, istituzioni, privato, privato sociale (Mitades, Fondazione Ronald McDonald e Telefono Donna) e corporate (banche).
In che cosa consiste questa rete di prossimità? Concretamente, un team di professionisti offre supporto ostetrico, psicologico e sociale per le neo-mamme e i loro bambini e favorisce la realizzazione di interventi a favore di una genitorialità positiva, per prevenire quelle situazioni di disagio e fragilità che, se non intercettate per tempo, possono scaturire in patologie sia nelle neo-mamme che nei bambini.
Chi può aderire al progetto? La presa in carico passa attraverso un primo colloquio con l’ostetrica, che valuta la presenza o meno di segnali riconducibili a un disagio psicologico, emotivo, sociale o relazionale emerso durante la gravidanza e il post-parto. Constatata la necessità di un monitoraggio a lungo termine una volta che la mamma è dimessa dall’ospedale, il cammino prosegue da un alto con visite domiciliari da parte della stessa ostetrica e dell’operatrice sociale (Home visiting) e dall’altro con incontri settimanali e periodici presso l’Ospedale Niguarda.
L’attenzione delle operatrici è innanzitutto volta a supportare, anche in termini materiali, quelle donne che evidenziano particolari fragilità socio-economiche, con la presa in carico trasversale della fragilità e poi soprattutto rafforzare una rete territoriale che possa essere d’aiuto nel tempo. L’obiettivo è dunque costruire un “ponte” fra l’ospedale, la famiglia e il territorio. Qui entra in scena il Municipio che mette in moto una forte sinergia coi consultori e dirige i bisogni verso gli sportelli sociali WeMi (tre nel Municipio 9) e la rete QUBI.
Trovo questo lavoro non solo utile e interessante, ma necessario e urgente per intercettare situazioni di fragilità o problemi1, per sostenere la salute mentale delle donne nel periodo perinatale, per favorire una genitorialità positiva, unendo scienza e cura, accompagnamento e sostegno, soprattutto laddove c’è più solitudine e la rete relazionale è meno solida. Il nostro impegno ora sarà quello di trovare le vie per replicarlo in altri quartieri della città ed estendere il porgetto ad altri municipi, ad altri ospedali e quindi ad altri territori.
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1. Non lascia indifferenti il fatto che, secondo la scala di autovalutazione per la depressione post-partum (Scala di Edimburgo), quasi l’8% delle donne che hanno risposto ha ottenuto un punteggio considerato ad alto rischio (cioè concretamente hanno ammesso di aver pensato di farsi del male). Questo campanello d’allarme ha permesso di attivare subito l’Ambulatorio per i disturbi del periodo perinatale del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale di Niguarda.









