In una città con ben quattro carceri, nel 2006 si fece partire la sperimentazione di una struttura detentiva speciale per consentire alle madri carcerate, che non possono usufruire di alternative alla detenzione in carcere, di tenere con sé i loro figli. Nacque così l’ICAM – Istituto a custodia attenuata per detenute madri di via Macedonio Melloni 53. L’ordinamento penitenziario italiano prevede che le madri detenute con prole inferiore ai sei anni debbano usufruire di trattamenti alternativi alla detenzione, finalizzati a non traumatizzare eccessivamente i figli che fino a quell’età sono sotto la tutela del genitore di sesso femminile, se è quest’ultima a chiederlo espressamente. L’ICAM potrebbe anche accogliere detenuti padri, quando la madre fosse deceduta o comunque impossibilitata a dare assistenza ai figli; attualmente a Milano non esiste questo caso.
Gli ICAM hanno caratteristiche strutturali diverse rispetto alle carceri tradizionali. Innanzitutto è auspicabile realizzarli all’esterno dei tradizionali istituti penitenziari, in strutture dotate di sistemi di sicurezza non riconoscibili da parte dei bambini al seguito delle madri e prive dei tipici riferimenti all’edilizia carceraria (come le sbarre). In via Macedonio Melloni, per esempio, le agenti non indossano la divisa, è regolarmente presente un pediatra e educatrici specializzate in grado di sostenere le detenute nella cura dei figli e di assicurare regolari uscite dei bambini all’esterno, per esempio per andare all’asilo o a scuola. Alla vigilia della Festa della mamma, l’abbiamo visitato con Elena Lattuada, Delegata del Sindaco alle Pari Opportunità di genere, Elisabetta Genovese, Assessora e delegata ai Rapporti con gli Istituti Penitenziari del Municipio 5, e Roberta Lamberto, Assessora alle Politiche sociali del Municipio 7.
L’impostazione organizzativa è di tipo comunitario: ognuna ha la sua stanza col proprio bambino, ma poi ci sono spazi di vita comune, con sala tv, sala giochi, bagni e cucina in condivisione, il che non rende sempre facile la convivenza. La struttura offre un ambiente progettato per essere accogliente e a misura di bambino, dotato anche di giardino interno, in modo da poter riprodurre un clima più familiare e domestico, con giochi e colori tali da evitare che i bambini soffrano l’esperienza della carcerazione forzata. Tuttavia, la struttura visitata è decisamente datata e necessita di alcuni lavori per essere più accogliente: prossimamente ci hanno segnalato che verranno fatti interventi di ristrutturazione dei bagni e di ammodernamento generale degli ambienti. Questo denota un forte impegno da parte dell’istituzione per rendere sempre più gradevole la permanenza in questo luogo di reclusione, nonostante la vetustà dell’istituto. A questo concorre in modo particolare il personale che lavora all’interno, che abbiamo trovato molto disponibile e accogliente.
Lo scopo di questa struttura (in Italia ne esistono cinque) è di conciliare le esigenze primarie di bambini, loro malgrado costretti alla limitazione della libertà personale, con quella di garantire la sicurezza della collettività nei confronti di madri destinatarie di una sentenza di condanna o di un provvedimento di custodia cautelare.
Una volta chiuse le porte blindate e i cancelli alle nostre spalle, sono pervasa dalla serena consapevolezza di aver incontrato un luogo attento a preservare l’umanità e la relazione genitoriale, eppure mi rendo conto che qui la maternità non ha quella dimensione intima e familiare che conosco e l’infanzia resta comunque mortificata. Resta quell’amara constatazione che, nonostante i colori caldi e vivaci, le fotografie appese alle pareti, le camere ordinate e personalizzate, i giochi sparsi nel giardino, gli abiti civili delle guardie… lì dentro è rinchiusa un’umanità dimenticata dal resto della società, che pure incontra quei bambini quotidianamente ma senza accoglierli e, soprattutto, senza riuscire a pensare per loro e le loro mamme un futuro diverso quando usciranno.
Anche per questo motivo, dopo questo incontro, seguirà un impegno concreto del Consiglio comunale tramite l’ordine del giorno dal titolo “Appello per la Campagna MADRI FUORI dallo stigma e dal carcere, coi loro bambini”, perché c’è molto lavoro da fare soprattutto a livello culturale per informare e sensibilizzare il dibattito pubblico anche a fronte del nuovo decreto legge entrato in vigore il 12 aprile 2025 che agisce in modo repressivo nei confronti delle madri carcerate.








