L’80° anniversario della Liberazione vede l’uscita di numerosi volumi sulla Resistenza al nazi-fascismo. Fra questi diversi inseguono le tracce dell’impegno dei/delle giovani cattolici nelle città e sui monti, col fucile e con la penna, nelle case e nelle tipografie, a dimostrazione che quel risultato fu un obiettivo di convergenza di multiformi idealità che hanno costituito un “fatto di popolo”.
Sul “Corriere della Sera” del 15 aprile (p. 37) rispondendo ad un lettore che rivendicava come comunque, pur fra tanti, «i comunisti furono la maggioranza» Aldo Cazzullo rispondeva: «Non è così. La resistenza fu fatta certo dai partigiani comunisti, ma anche da cattolici, socialisti, giellisti, liberali, monarchici, apolitici. E fu fatta dalle donne, dai militari, dagli ebrei, e dai civili […]. Resistettero le suore e i sacerdoti, che protessero e nascosero i patrioti e gli ebrei […], e questo senza nulla togliere a migliaia di partigiani comunisti».
Avventurarsi nel volume di Giacomo Perego “Siate liberi! Vita e resistenza di don Giovanni Barbareschi” (editrice Ancora, Milano 2025) permette di cogliere non solo la determinazione del giovane sacerdote, ma anche la rete di energie e di rapporti che ressero la sfida al nazi-fascismo e lo sconfissero, aprendo a noi una prospettiva sociale e politica straordinaria per qualità e lunghezza temporale.
Sulla vicenda spirituale e civile di don Giovanni scorre il senso di una vocazione religiosa non clericale: Scout e Aquile Randagie, comunicazione al Vescovo dell’entrata nella resistenza, passaggio dal seminario di Venegono a quello di Gorizia e ritorno (sempre ambrosiano nel cuore!); rapporto con il cardinale Schuster da cui viene delegato a benedire le 15 salme fucilate a piazzale Loreto; ma anche realizzazione e utilizzo di documenti falsi al fine dell’espatrio; guida sui monti per fuggiaschi politici verso la Svizzera (OSCAR: Opera Soccorso Cattolica Aiuto Ricercati); realizzazione del giornale “il Ribelle”.
Il Ribelle, che «esce come e quando può», era un foglio apartitico ispirato al cattolicesimo sociale vicino alle formazioni partigiane delle Fiamme Verdi: 26 numeri di circa 15.000 copie ognuna che giravano in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia, per un totale di circa mezzo milione di copie tra giornale e quaderni di approfondimento stampati e distribuiti in clandestinità.
Quello che stupisce è che, pur nella precisa e documentata indagine, il libro non è – e non pretende di essere – un testo storico, ma diventa piuttosto la narrazione di una vicenda personale che Perego ha incontrato direttamente al tempo della FUCI (lui presidente con don Barbareschi assistente diocesano, che l’aveva affascinato con la sua vicenda): «andavo a casa sua per cercare qualcosa senza forse sapere bene che cosa» sentendomi porre «le domande giuste». Così l’Autore riesce a farsi inseguire dal lettore non solo per il racconto di aneddoti, curiosità, memoria di rischi reali della vita partigiana, ma soprattutto per il messaggio di don Barbareschi, di quel «Siate liberi!» di cui Perego ha sperimentato l’efficacia.
Il libro non manca di ricordare come, a guerra finita, don Giovanni aiutò un personaggio tedesco, non nazista, a ritrovare la via di casa – in senso figurativo ma anche materiale – sui sentieri verso la Svizzera. Il fatto mi pare anticipare i tentativi odierni di necessaria ricomposizione dopo periodi di violenza politica e personale.
Quello che ti prende è la capacità di Perego di farti incontrare fatti, luoghi e persone, ma di rileggere quella vicenda incrociandola con la propria maturazione personale, di giovane universitario in ricerca prima e poi di adulto impegnato nelle istituzioni. L’incontro con don Barbareschi ha influenzato la vita di Perego, che implicitamente ci dice però che la conoscenza della vicenda di don Giovanni Barbareschi potrebbe avere un significato anche per noi.
[testo a cura di Paolo Danuvola]







