Partiamo dalla direttiva del Ministro Piantedosi di fine dicembre, che ha istituito in tutta Italia le cosiddette “zone rosse”, ovvero zone ritenute problematiche per la sicurezza (in verità in base a parametri piuttosto vaghi), dalle quali allontanare eventuali «soggetti pericolosi», con precedenti penali o persone che subiscono un “daspo urbano”. A Milano l’istituzione delle “zone rosse” era stata presentata come misura per garantire maggiore sicurezza durante la notte di Capodanno e riguardava piazza Duomo, le aree attorno alle stazioni di Centrale, Garibaldi e Rogoredo, e nelle zone della Darsena e dei Navigli.
Il Comune di Milano è evidentemente molto esposto su questo tema, pur non avendone la competenza diretta: la Polizia Locale, infatti, ha solo una funzione di supporto alle Forze dell’Ordine (Polizia di Stato e Carabinieri), che rispondono direttamente al Ministro dell’Interno Piantedosi, responsabile della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e autorità nazionale di pubblica sicurezza.
Ma è sufficiente tracciare per decreto un confine all’interno di una città per “tagliare fuori” e non vedere più tutti i potenziali problemi? O non servono piuttosto politiche strutturate per risolverli, questi problemi?
Detto questo, l’Assessore alla Sicurezza di Milano, Marco Granelli, conviene che il daspo urbano sia utile, perché permette di intervenire con persone che mostrano atteggiamenti aggressivi, molesti e reiterati che creano problemi alla fruizione dei luoghi pubblici. Come sono utili tutti gli strumenti che possono aiutare le forze dell’ordine a fare bene il loro lavoro. Ma da sole queste misure non bastano. Granelli rivendica, per esempio, di aver fatto installare telecamere di ultima generazione in Galleria Vittorio Emanuele e attorno alla Stazione Centrale e di aver messo nuovi punti di illuminazione in quelle piazze, così come in quartieri come Lorenteggio e Giambellino. Impegno sostenuto interamente dai soldi del bilancio comunale, «perché – lamenta Granelli – i soldi del fondo nazionale sicurezza per i Comuni (che andrebbe potenziato perché eroso dall’inflazione perché è uguale a quello dei governi precedenti) prevede che se un Comune li ha usati anni fa per le telecamere, oggi non possa più utilizzarli per altre nuove telecamere».
E nonostante le telecamere, le restrizioni e i controlli, anche quest’anno sono stati denunciati fatti gravi nel corso dei festeggiamenti di Capodanno in piazza Duomo. Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici e la narrazione mediatica spesso esasperano i problemi senza affrontare le cause profonde, alimentando solo divisione e paura.
Il Comune di Milano ha ben inteso che sicurezza si coniuga con coesione sociale, perciò ha favorito la nascita di eventi e iniziative in piazze critiche come quelle attorno alla Stazione Centrale, alla Darsena, in Piazza dei Mercanti e altre ancora, grazie a un impegno congiunto degli assessorati allo Sport, Cultura, Commercio, Bilancio, Arredo urbano e ad associazioni imprenditoriali e sponsor.
Per questo, in fase di discussione del Bilancio, tutte le risorse a disposizione del Consiglio comunale sono state orientate dalla maggioranza per lo sviluppo della città e la tenuta dei servizi sociali, in particolare per incrementare le politiche giovanili e sportive, per creare spazi, opportunità e prospettive nei quartieri più critici e nei pressi degli edifici di edilizia residenziale pubblica, con l’obiettivo di favorire la coesione sociale in particolare delle seconde generazioni. Ma ai Comuni servirebbero ben più risorse per assistere quei minori, stranieri e non, che vengono lasciati soli e non hanno figure adulte di riferimento. Invece, mancano operatori sociali e educatori.
Infine, io non mi stancherò mai di dire che una delle strade principali da intraprendere per aumentare l’integrazione è quella di una coraggiosa riforma della cittadinanza, per dare casa ai tanti giovani “italiani” di fatto ma non di diritto, persone regolari, nate in Italia, che vivono un senso di esclusione per non poter partecipare degli stessi diritti e dello stesso senso di appartenenza sociale e culturale, anzi messe nella condizione di coltivare antagonismo nei confronti di una società che li esclude.
Il problema della sicurezza riguarda tutti, ma assecondare derive securitarie può essere pericoloso per la stessa convivenza pacifica.








