In questo periodo di Bilanci, prendiamo atto che il Governo ha annunciato tagli alla sanità pubblica, zero investimenti sulle politiche industriali, tagli persino al dissesto idrogeologico e alla messa in sicurezza del territorio e, tra i tanti, un taglio lineare dell’organico e del personale della scuola: meno 5.660 docenti e meno 2.174 del personale amministrativo tecnico e ausiliario della scuola.
Da qui traiamo l’equazione: meno assunzioni = meno personale = meno qualità della didattica.
Questo ci fa dedurre che la valorizzazione del personale da parte del Ministro Valtidara è una bella parola con cui riempirsi la bocca, ma senza toccare il portafoglio. Del resto, l’avvio caotico di questo anno scolastico aveva già certificato la mancata attenzione al personale scolastico, dal momento che è scoppiato il problema delle classi sempre più numerose e delle segreterie scolastiche oberate da impegni sempre più gravosi.
Al di là dei numeri – gravi e preoccupanti! – è il principio che contestiamo, quello cioè di legare meccanicamente la consistenza dei posti in organico alla diminuzione del numero di alunni: non si può fare cassa su questa riduzione!
Di fronte alla fatica che stanno facendo i nostri ragazzi e adolescenti, di fronte al crescente problema dell’abbandono scolastico, servirebbe interrogarsi su come organizzare una scuola diversa e al passo coi tempi, per esempio aumentare il tempo scuola, ridurre le classi sovraffollate, rafforzare la presenza del personale nelle aree di maggiore criticità. Il volume di investimenti in istruzione deve crescere, non diminuire. Tagliare sulla scuola pubblica equivale a tagliare sulla prima leva di emancipazione sociale dei ragazzi. In Consiglio di Milano nel 2023, avevamo presentato il rapporto Cariplo dall’eloquente titolo “Diseguaglianze”, che evidenziava la stretta relazione tra qualità dell’istruzione e qualità della vita. Una riflessione da cui avevamo tutti condiviso la necessità di far partire precise scelte politiche, in città ma anche a livello nazionale.
E questo non ha nulla a che vedere con la proposta del bonus di 1500 euro per incentivare l’iscrizione alle scuola paritarie che – come è noto – per volontà della stessa sinistra dall’anno 2000 (con D’Alema premier) sono state equiparate alle scuole statali, ovvero svolgono un servizio pubblico e sono inserite nel sistema nazionale di istruzione.
Quello che serve è una maggiore coerenza sul tema scuola: non si può sbandierare un contributo alle paritarie (che equivale al 9% della spesa stanziata) e poi tagliare da un lato l’organico degli insegnanti e dall’altro i fondi del diritto allo studio. Tra l’altro, questo bonus si sovrappone ai buoni scuola (oggi dote scuola in Lombardia) con buona pace dell’autonomia differenziata… Meglio sarebbe (come si fece con il Conte 2 e con Draghi) un fondo per chi non è più un grado di pagare le rette, perché non ha più le stesse condizioni economiche di quando ha iscritto i figli, che tra l’altro ristorerebbe direttamente le scuole.
Per il resto della manovra, registriamo solo la presenza di un generico fondo sulla valorizzazione del merito di cui non si conosce la destinazione (e che già esisteva per volontà dei governi precedenti e del Partito democratico, ma era stato azzerato dal governo Meloni) e l’estensione della carta docente ai precari, non scelta del Ministro Valditara, bensì imposta da una sentenza dell’Unione Europea.
Di fronte a questo scenario, le critiche al Ministro sono non solo legittime, ma necessarie perché la dialettica è sostanza della democrazia. Non solo da parte delle opposizioni, ma anche da parte di ciascun cittadino, fosse anche un docente, che è libero di esprimere il suo dissenso rispetto a una visione di scuola che non condivide (tanto più se lo fa non nello svolgimento della sua funzione).
Del resto, il Ministro è già stato bocciato dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione in merito alle nuove linee per l’Educazione civica, in cui è stato evidenziato l’approccio squisitamente personalistico e produttivistico, in cui sparisce il valore della collettività e della responsabilità sociale indicata dalla stessa Costituzione come fondamentale.







