Se lo ius scholae può essere un’opportunità per un Paese che si apre al futuro accogliendo gli stranieri, di fatto la realtà oggi è già questa: il futuro è già qui
– nelle nostre case (lavoro domestico e lavori di cura)
– nei campi e aziende agricole italiane, nell’edilizia: lavori faticosi che gli italiani non vogliono più fare
– nelle attività imprenditoriali, in particolare nell’industria manifatturiera.
La maggior delle persone provenienti da un altro Paese ha un regolare permesso di soggiorno, oltre a un contratto di lavoro e a una residenza abitativa: in Italia il lavoro dei cittadini stranieri vale 134 miliardi, i lavoratori di origine straniera sono il 10,7% degli occupati totali. Nella sola Lombardia il pil prodotto dai cittadini stranieri è del 12%. È dunque un tema che riguarda la società tutta e la nostra idea, quindi le nostre politiche di inclusione e di integrazione.
Ma il tema si impone nella sua urgenza e serietà sopratutto perché riguarda un gran numero di MINORI, fascia della popolazione più vitale e insieme vulnerabile: il futuro è già qui nelle nostre scuole
– provincia di Milano, anno scolastico 2022-2023: 82.396 alunni con cittadinanza non italiana, pari a 9% del totale degli alunni, molti dei quali nati e cresciuti in Italia;
– Lombardia, nello stesso anno scolastico, alunni con cittadinanza italiana 1.121.706 , mentre quelli con cittadinanza non italiana erano 231.819 (quasi 1/5). Questi dati mostrano una realtà regionale in cui una consistente percentuale della popolazione studentesca non ha ancora accesso alla cittadinanza italiana, nonostante il legame forte e duraturo con il territorio.
Parliamo di bambine, bambini e adolescenti “italiani” di fatto ma non di diritto, che spesso vengono discriminati e incontrano numerosi ostacoli non essendo cittadini italiani (difficoltà nell’accesso a borse di studio, limitazioni nel partecipare a gite scolastiche all’estero, concorsi pubblici, incertezza riguardo al loro status legale una volta raggiunta la maggiore età).
La scuola italiana garantisce a tutti i suoi iscritti l’accesso a un’educazione di qualità e uguali opportunità di apprendimento e di formazione. L’Articolo 3 della nostra Costituzione recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Già il cardinale Carlo Maria Martini sosteneva che «chi è orfano della casa dei diritti, difficilmente sarà figlio della casa dei doveri». Infatti, stante le premesse sopra elencate, allievi di cittadinanza non italiana, che pur condividono coi compagni ogni aspetto della vita scolastica e del territorio di riferimento, vivono un senso di esclusione per non poter partecipare degli stessi diritti e dello stesso senso di appartenenza sociale e culturale. Eppure la scuola per i figli di cittadini stranieri è una delle prime occasioni di confronto con la cultura e le istituzioni del paese ospite.
La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, afferma che «Gli Stati parte adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari».
Facciamo chiarezza sui termini: come sappiamo, il linguaggio definisce i confini della nostra realtà: a seconda dell’uso di una parola, diciamo cose diverse, esplicitiamo diritti diversi.
In Italia, si ottiene la cittadinanza tramite ius sanguinis in base alla legge n. 91 del 5 febbraio 1992 che disciplina l’acquisizione della cittadinanza italiana: si è cittadini italiani per discendenza o per matrimonio.
Dal giorno dell’approvazione di questa legge sulla cittadinanza, ci separano trent’anni. In questi tre lunghi decenni l’Italia è cambiata radicalmente: nel 1992 erano residenti in Italia poco più di 300mila cittadini stranieri; oggi sono più di 5 milioni. A Milano i cittadini stranieri sono circa 300 mila: più del 20% della popolazione complessiva.
Negli ultimi anni in Parlamento sono state presentate diverse proposte di legge, differenti per contenuti e ampiezza. Tuttavia, il processo legislativo non ha mai portato a una riforma.
Ius soli prevede il diritto di cittadinanza per chi nasce “sul suolo” di un certo Paese. In Italia attualmente lo ius soli viene concesso solo in casi eccezionali per i figli di genitori ignoti o di genitori apolidi (senza cittadinanza, che devono comunque aspettare 5 anni per ottenerla).
Ius culturae definisce una proposta di legge approvata dalla Camera nell’ottobre del 2015, fermatasi al Senato nel 2017 – che prevedeva l’acquisizione della cittadinanza per i minori stranieri nati in Italia o entrati entro i 12 anni che avessero «frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali», ovvero la proposta di legge condizionava la cittadinanza al superamento con successo di un certo ciclo scolastico.
>>> inclusione e riconoscimento dei diritti a giovani che crescono e studiano nel nostro Paese e dunque hanno un legame forte e duraturo con il territorio
Ius scholae propone l’acquisizione della cittadinanza italiana ai minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni di età, che abbiano completato almeno cinque anni di scuola in Italia
A marzo 2018 era stato presentato un testo di riforma della legge sulla cittadinanza basato su questa regola, ma la proposta si è arenatasi alla Camera a giugno 2022 in seguito al cambio di Governo.
Ius Italiae è la nuova proposta di Forza Italia ottobre 2024 che si articola su tre punti cardine:
1. lo straniero nato in Italia o che arriva in Italia entro il compimento del quinto anno di età, che risiede ininterrottamente per dieci anni in Italia e frequenta e supera con profitto 10 classi della scuola dell’obbligo (5 anni elementari, 3 anni di medie, 2 di superiori) può ottenere la cittadinanza italiana (a 16 anni).
Finché è minorenne la richiesta deve essere fatta da un genitore. Se il genitore non esercita questa facoltà, il ragazzo potrà chiedere la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno.
2. Il secondo punto riduce la possibilità di trasmissione della cittadinanza per lus sanguinis. Lo straniero con sangue italiano non potrà più avere la cittadinanza se genitori, i nonni e i bisnonni sono nati all’estero.
3. riconosce ai Comuni la facoltà di aumentare a 600 euro il contributo per le pratiche relative al riconoscimento della cittadinanza richiesta dagli oriundi e allo stesso tempo prevede il medesimo innalzamento a 600 euro del costo della documentazione che deve essere prodotta dai consolati per le medesime richieste di cittadinanza. Previsto anche un anno di tempo per i Comuni per lo smaltimento delle pratiche giacenti.
«Non si tratta di regole permissiviste e non vogliono favorire l’immigrazione illegale nel nostro Paese ma le regole puntano la loro sostanza sulla serietà e sui diritti. Essere cittadino italiano è una cosa seria. Per essere cittadini italiani – ha detto il vicepremier – bisogna conoscere l’italiano, la storia e la geografia italiana, la Costituzione e l’educazione civica: ecco perché diciamo nella nostra proposta che dopo 10 anni di scuola dell’obbligo condotta con profitto puoi diventare cittadino italiano», sostiene il leader di FI Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri.
Fa riflettere la riflessione portata al dibattito da Filippo Cardaci, Presidente delle ACLI Provinciali di Varese, su che cosa sia la “cittadinanza”. La destra pare interpretarla come ius excludendi alios, cioè come arma per escludere altri soggetti dal godimento di un diritto considerato “di proprietà” solo di pochi eletti e non vuole “cedere” un diritto che magari porterebbe a una certa ingerenza non gradita… Allora la cittadinanza rappresenta una sorta di “recinto privato” entro il quale decidere chi far entrare e chi no.
Ma in un Paese che, come visto, ha circa un quinto di cittadini stranieri che già vivono, lavorano, studiano e pagano le tasse sul nostro territorio, la cittadinanza dovrebbe essere il contrario, ovvero ius includendi alios, diritto (e dovere) di includere in uno spazio comune chi già lo abita e lo condivide.








