Il grande illuminista Cesare Beccaria nel suo saggio “Dei delitti e delle pene” parlava di una sorta di “patto sociale” tra il cittadino recluso e lo Stato: a fronte della rinuncia a una parte della propria libertà, lo Stato avrebbe garantito al detenuto un percorso di recupero, tale da impedirgli di arrecare ulteriori danni alla collettività, nell’ottica di una più ampia utilità sociale della costrizione e della pena.
Nulla di più lontano dalla realtà registrata dalle telecamere e dalle cronache di queste settimane nell’omonimo carcere milanese, che dovrebbe ispirarsi al nome che porta.
Come riportato dal Rapporto Antigone 2024, «il Beccaria è uno degli Istituti Penali Minorili più importanti d’Italia. Grazie all’impegno (anche in termini di risorse economiche) delle istituzioni pubbliche e private milanesi, l’Istituto divenne presto uno dei “modelli da seguire” della giustizia minorile italiana», invece…
Pur nel pieno delle indagini in corso, angosciano e lasciano sgomenti gli eventi raccontati: maltrattamenti e lesioni a danno di minori, concorso nel reato di tortura, falso ideologico, una tentata violenza sessuale; ma anche la denuncia da parte degli agenti di turni massacranti, straordinari non pagati, carenza di personale, caos organizzativo, mancanza di formazione adeguata. E ciò è ancor più disarmante al pensiero che mi è capitato più volte in questi anni di recarmi al Beccaria con la Sottocommissione Carceri del Comune di Milano e, altre volte, di riflettere sul ruolo e il significato delle carceri all’interno della nostra città. Abbiamo incontrato a suo tempo la direttrice facente funzione Cosima Buccoliero e recentemente il nuovo direttore Claudio Ferrari, nominato a dicembre 2023 a tempo pieno, dopo un ventennio di reggenti. Accompagnati dalle guardie, abbiamo visitato la nuova ala, recentemente aperta dopo anni di ristrutturazione, abbiamo parlato coi detenuti, percorso quei corridoi sede dei maltrattamenti poi immortalati dalle telecamere di sorveglianza…
A questo punto, non possiamo non riflettere sul sistema carcerario in generale.
Nel 2023 sono state almeno 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena e nei primi mesi del 2024, almeno 30. “Almeno” – sottolinea Antigone – perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicido. A questi numeri, aggiungiamo ben tre agenti di Polizia penitenziaria che si son tolti la vita nei primi mesi dell’anno.
Inoltre, nelle carceri italiane è in aumento un diffuso disagio psichico: il 12% delle persone detenute (quasi 6.000 persone) ha una diagnosi psichiatrica grave. L’uso massiccio di psicofarmaci rimane lo strumento principale con cui in carcere viene “gestita” la salute mentale: il 20% persone detenute (oltre 15 mila) fanno regolarmente uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, cioè di quella tipologia di psicofarmaci che possono avere importanti effetti collaterali; il 40% (30 mila persone) fa uso di sedativi o ipnotici. Nel 2023, Antigone ha registrato 122 Trattamenti sanitari obbligatori (TSO) effettuati in carcere. L’associazione ricorda che si tratta di una pratica illegale se svolta all’interno delle sezioni detentive senza ricoverare la persona in un ospedale (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura – SPDC), come richiesto dalla legge.
E a fronte di tutto questo, l’unica direzione imboccata dal Governo prevede politiche repressive e punitive che hanno avuto come esito l’aumento del sovraffollamento, senza per altro far calare il numero dei reati e senza alcuna politica efficace contro la recidiva. Non vi è alcun pensiero su come migliorare la condizione delle persone detenute e di chi lavora all’interno degli istituti di pena, a partire proprio degli Agenti di Polizia penitenziaria. Non c’è stato alcun investimento – come avrebbe voluto il buon Beccaria – in progetti di giustizia riparativa e in misure alternative alla detenzione, quali una misura amministrativa di rieducazione, una misura cautelare, la messa alla prova, una misura alternativa alla pena. Strumenti ancor più validi e necessari per il recupero di minori.
Il decreto Caivano, per esempio, ha avuto come effetto l’aumento dei minori negli Istituti Penali Minorili in misura cautelare: nel gennaio 2024 erano 340, contro i 243 di un anno prima. E, come denunciato da Save the Children, il numero dei giovani reclusi sta rapidamente crescendo. Si tratta di numeri record in 10 anni, rivela l’associazione Antigone, sottolineando che il decreto «ha introdotto una serie di misure che stanno avendo e continueranno ad avere effetti distruttivi sul sistema della giustizia minorile, sia in termini di aumento del ricorso alla detenzione che di qualità dei percorsi di recupero per il giovane autore di delitto».








