È stato inaugurato ufficialmente il nuovo punto vendita di Autelier – Vestiamo un mondo migliore, un progetto a cura dell’Associazione Diesis, attivo nel quartiere NoLo, in via dei Valtorta 30, già da qualche mese e ora “battezzato” alla presenza di diversi rappresentanti istituzionali.
Qui lavorano otto persone nello spettro autistico, accompagnate da operatori e terapeuti, che gestiscono una boutique fronte strada all’interno di un elegante complesso progettato dallo Studio Cino Zucchi, un piccolo gioiello di architettura residenziale. La prima cosa che colpisce di questa realtà è il fatto che non sia chiusa e ripiegata su sé stessa, ma aperta: una vetrata sulla città.
La seconda cosa che stupisce entrando è proprio la bellezza, degli spazi, dell’arredo, degli oggetti in vendita (accessori, abiti e libri): il riscatto di chi è segnato da uno stigma sociale (come accade a ragazzi e ragazze nello spettro autistico) parte innanzitutto da un contesto che favorisca positività.
La positività di questa esperienza, però, sta soprattutto nell’ambizione di superare il modello assistenziale nella cura, che inevitabilmente crea dipendenze e legami poi difficili da sciogliere, e di investire su un nuovo rapporto tra economia e società: AUTelier scommette sul creare ricchezza e orientarla al bene comune; sulla capacità di giovani in difficoltà eppure capaci di operare in autonomia; sull’orientare produttività e consumo verso un ben-essere e ben-stare insieme che si trasformano in risorsa per il contesto e il territorio. Il mercato del lavoro può cambiare sguardo e prendere atto che tante attività possono essere svolte in modo diverso e comunque efficace. Del resto, l’articolo 4 della nostra Costituzione riconosce il fatto che «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Come ha ben spiegato Adriano Tomba – Segretario Generale Fondazione Cattolica, Funder AUTelier – va ripensato il concetto di welfare, perché la realtà ci pone di fronte al fatto che stanno aumentando i bisogni sociali ma non le risorse economiche, e in futuro sarà difficile garantire aiuti seguendo il paradigma del welfare come sistema assistenziale. Perciò bisogna andare verso il nuovo modello del workfare, dove le persone si attivano per il proprio benessere e quello della comunità e tornano ad essere protagoniste della soluzione. In questi 100 mq, gli otto giovani impegnati sperimentano quotidianamente autonomia lavorativa, condividono spazi ed esperienze ed allenano le loro abilità sociali e relazionali.
Mi pare il posto giusto per dare concretezza a un sogno: per i ragazzi coinvolti, le loro famiglie e un quartiere che, da sempre, si è dimostrato accogliente e capace di innovarsi e trasformare i problemi in opportunità. Facciamo anche noi la nostra parte: visitiamo e sosteniamo questo progetto!










