Sono intervenuta in apertura del Consiglio comunale su un tema che non riguarda direttamente il Consiglio comunale di Milano, bensì Regione Lombardia per precisare una posizione che non è solo la mia e che deve interessare la politica.
Sappiamo che l’Ufficio di Presidenza di Regione Lombardia ha ammesso alla discussione la proposta di legge “Liberi subito” promossa dall’Associazione Luca Coscioni, relativa alle decisioni sul fine vita, una proposta volta a garantire tempi e procedure per accedere al cosiddetto “suicidio medicalmente assistito” in Italia. Un tema complesso e delicato, che tocca la coscienza di ciascuno e che non può essere ridotto a una contrapposizione tra laici e cattolici, tra destra e sinistra, tra chi è a favore della vita e chi della morte. Mi inserisco in un dibattito nel merito e non su questioni ideologiche e di credo. E cerco di porre una riflessione pacata e attenta.
Giudico il protagonismo delle singole regioni molto pericoloso perché rischia di alimentare il caos istituzionale: non si può pensare che ogni regione legiferi da sé su un tema così delicato. A volte pare che la politica abbia smarrito il senso della responsabilità e della grandezza degli eventi.
Il nostro appello deve arrivare a sollecitare il Parlamento, per evitare una legislazione frazionata, affinché con urgenza predisponga una legge nazionale sul fine vita: tocca al Parlamento trovare un equilibrio tra la libertà di scelta e la difesa della vita, due principi fondamentali della nostra convivenza civile, che compongono la dignità della persona, titolare di diritti indivisibili: non possiamo prenderne uno e ignorare l’altro, vanno entrambi riconosciuti e garantiti nella relazione e nel non abbandono alla solitudine.
Di fronte a malattie incurabili che espongono a dolori atroci, la cura medica della persona (sostenuta e garantita dalla politica) deve portare a:
– prendere in carico;
– favorire la massima assistenza e la rete di relazioni;
– togliere il dolore;
– garantire il massimo delle cure possibili.
Dobbiamo esigere per tutti gli ammalati terminali l’accesso alle cure palliative, ovvero un’appropriata terapia del dolore.
In questo processo vanno evitati due opposti eccessi:
1. l’accanimento terapeutico e l’ostinazione irragionevole nelle cure (x chi ha una diagnosi infausta, la legge già prevede la pianificazione condivisa delle cure e una condivisione delle scelte terapeutiche);
2. la rinuncia alla cura, magari condizionata dalla convenienza economica.
Convengo col cardinal Zuppi nel dire che non gioisco del diritto alla morte, ma «solo per il diritto alla vita, quando questa viene protetta dalla sofferenza da cure adeguate che diano dignità fino alla fine, perché la cura è il vero diritto».
Prima ancora che di un tema medico, è una questione di umanesimo che valorizza la dignità della persona e che mi porta a dire che dobbiamo fare di tutto affinché la solitudine, la disperazione o l’angoscia non prendano il sopravvento.
Nella scorsa legislatura, proprio all’interno del Partito Democratico, si era lavorato per garantire un faticoso punto di incontro tra libertà di scelta e la difesa della vita con la proposta di legge Bazoli (che aveva circoscritto i casi possibili, introducendo ulteriori condizioni oltre a quelle già definite dalla Corte costituzionale), che purtroppo non ha compiuto l’iter fino ad essere approvata.
Noi dobbiamo chiedere che si riapra il confronto in Parlamento a partire da questo lavoro. Per esempio predisponendo un protocollo di cure palliative, che potrebbero ridurre le domande di suicidio medicalmente assistito e garantire dunque l’effettiva autodeterminazione di un paziente per il fine vita.
La politica non può rinunciare a fare scelte ardue: deve essere all’altezza delle sue responsabilità e del suo ruolo, non può ignorare un problema né tantomeno sofferenze – anche lunghissime – che fino ad oggi non hanno trovato risposta legislativa.
Detto questo, mi auguro che nel corso del dibattito su un tema eticamente sensibile venga data piena agibilità politica a ciascuno e venga rispettata la libertà di coscienza e non la disciplina di partito.
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