Gli oratori milanesi, nati più di 500 anni fa proprio a Milano, rilanciano oggi una nuova sfida: riuscire ad essere una presenza capillare a 10 minuti da casa con una progettualità che sappia accogliere il cambiamento e abitare il futuro, per il bene dei ragazzi e delle ragazze di oggi e di domani.
Il convegno ha presentato la ricerca “Il posto degli oratori. Una mappa delle proposte educative e ricreative per adolescenti a Milano”, promossa da Fom – Fondazione Oratori Milanesi e Fondazione Ambrosianeum, da cui emerge la presenza diffusa degli oratori in città: sono ben 146 e accolgono più di 20mila ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, che nel corso dell’estate diventano oltre 300mila.
Si tratta di veri e propri presidi sociali e educativi, diffusi nei contesti più diversi, dal centro alla periferia, luoghi di aggregazione, ricreazione e formazione. Ma non solo. La ricerca, che ha mappato le proposte del territorio guardando anche a quelle del privato sociale e del pubblico, ha dimostrato che in alcuni quartieri, in particolare quelli più svantaggiati sul piano socio-economico, l’oratorio è l’unico presidio di accoglienza per i giovani e resta un contesto aperto ad accogliere, anche nella fragilità in contesti molto plurali, non solo in ambito aggregativo e educativo. Gli oratori, infatti, accolgono anche ragazzi con background migratorio, seconde generazioni pienamente inserite nel contesto milanese, e portano con sé diverse appartenenze, a volte anche diverse fedi. In questo contesto, l’oratorio riesce ad essere laboratorio di inclusione sociale e cittadinanza, ovvero un luogo di condivisone di percorsi, che vede il protagonismo anche di giovani di altre fedi. Come ben conclude don Stefano Guidi, direttore della Fom: «l’oratorio è la parte della chiesa affacciata sulla città».
Se valgono tutte queste considerazioni, dobbiamo stare attenti come Amministrazione non solo a riconoscere la bontà di questo servizio, ma anche a riconoscerne la soggettività. Infatti oggi, con il passaggio da una sussidiarietà orizzontale a una “sussidiarietà circolare”, realizzando nuove forme di collaborazione tra ente pubblico e privato sociale, rischiamo di marginalizzare l’importante lavoro delle parrocchie e degli oratori e dobbiamo forse ripensare ad una nuova modalità di rapporto, guardandoli non semplicemente come erogatori di servizi – magari con richieste in situazioni di emergenza – ma anche come enti capaci di pensiero e innovazione creativa sul territorio, per far crescere insieme la città e la comunità.
Guarda il video con le interviste.
Al link si può scaricare in “open access” il volume che illustra tutti i dati della ricerca.








