Non ho conosciuto personalmente Luigi Berlinguer, ma ho seguito negli anni il suo lavoro e il suo pensiero visionario. Della sua esperienza politica, mi ha colpito il coraggio di innovare e di sfidare il sistema. La scuola italiana – diceva – ha una struttura solida, è potentemente radicata nel territorio fino ai piccoli paesini. Ciò che serve è, invece, un intervento sul sistema, che permetta alla scuola di essere un luogo da cui gli studenti non vogliamo o non debbano scappare. E come deve essere una scuola attrattiva? Berlinguer parlava di una scuola “erotica”, ovvero affascinante, capace di appassionare e di mostrare il bello e l’armonia.
Ma nella scuola delle mille riforme (spesso solo annunciate), dei tagli linerari, dei precari a vita e del posto fisso che smorza la voglia di crescere… il fascino viene facilmente meno. Berlinguer è stato l’ultimo ad aver promosso un grande e coerente intervento sulla scuola.
Pensiamo all’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni, con l’intento di arrivare alla scolarizzazione di massa nella fascia di età tra i 14 e i 19 anni. La scuola di massa, in Italia, è arrivata in ritardo, perché il sistema ha risposto in ritardo alle esigenze della modernizzazione. Oggi il nodo è la dispersione scolastica, che talvolta diventa vera e propria espulsione da parte del sistema. Berlinguer aveva intuito che bisogna investire sul curriculum. Giacché la famiglia oggi non è un sufficiente canale di trasmissione culturale.
Da decenni si assiste all’aumentare della frammentazione all’interno delle nostre comunità e a una costante crescita della disuguaglianza, fenomeno complesso che ha molte dimensioni e che segna in modo profondo la vita dei singoli e della società. E la pandemia ha ulteriormente accentuato questo preoccupante dato.
Come ha mostrato la ricerca di Fondazione Cariplo (aprile 2023), esiste una stretta relazione tra qualità dell’istruzione e qualità della vita: spesso la scuola non è una scuola di tutti e per tutti perché non riesce a dare a tutti un aiuto di crescita innescando un processo di apprendimento laddove la famiglia non basta (es. fam straniere). Una riflessione da cui devono partire precise scelte politiche: le disuguaglianze economiche portano a disuguaglianze educative e lungo i percorsi di apprendimento. Ciò fa aumentare la frammentazione all’interno delle nostre comunità e causa un fenomeno complesso, che segna in modo profondo la vita dei singoli e della società.
Berlinguer insisteva sulla necessità di allargare l’orizzonte curricolare: il sapere non è semplicemente la somma delle discipline. La base disciplinare è indispensabile, ma non deve essere esclusiva. Il docente deve essere il garante della formazione e non il custode della valutazione, sia essa sommativa o oggettiva.
In questa visione di una scuola più attenta alle persone che la abitano e al passo coi tempi, si inserisce il tema dell’educazione alla cittadinanza/educazione civica per formare cittadini elettori.
La scuola è l’ambito in cui bambini e ragazzi crescono e consumano la maggior parte del personale investimento culturale e intellettuale con cui si arricchiscono personalmente.
Il coraggio delle scelte non è mai mancato a Berlinguer. Aveva avuto il coraggio di far saltare il modello novecentesco che aveva tanti limiti: imponeva la scelta tra i diversi indirizzi a 14 anni; i passaggi tra l’uno e l’altro sono ardui, e le bocciature fioccano proprio nei primi due anni di questa scuola superiore, e soprattutto nelle scuole di cui si parla di meno, gli istituti tecnici e professionali; e sempre in quegli anni e in quegli istituti, si toccano i tassi più alti di dispersione scolastica.
Oggi abbiamo ancora, di fronte agli occhi, i problemi da cui partiva Berlinguer più di 25 anni fa:
– formazione e selezione dei docenti;
– la valutazione dei docenti non in senso repressivo: ma una valutazione collaborativa, partecipata, secondo descrittori e indicatori condivisi tra valutatori e insegnanti;
– rigidità degli indirizzi;
– dispersione scolastica.
E siamo ancora fermi lì, a una politica che non vuole farsene carico.
La “scuola del futuro” ha davanti due grandi nuove sfide:
1. la scuola tra didattica e intelligenza artificiale che potrebbe avere profonde implicazioni nella nostra comprensione di intelligenza umana e apprendimento. Perciò è importante capire come funzionano, quali sono le loro potenzialità e i limiti. Il tema va affrontato senza pregiudizi né paure, ma con impegno pubblico e politico per capirne e orientarne le potenzialità per insegnanti e studenti;
2. la salute mentale e il benessere psicologico riguarda un numero crescente di ragazze e ragazzi. Il disagio giovanile produce solitudine e isolamento e si riflette anche sulla coesione sociale nei quartieri. Serve un piano integrato che coinvolga tutti gli ambiti istituzionali e territoriali: scuola, salute, sport, politiche giovanili per insegnare a stare in modo armonico nel mondo.
Sono andata a rileggermi la proposta del Partito democratico nel programma elettorale del 2022 che poneva proprio la centralità della scuola come strumento di istruzione, di socializzazione, di emancipazione e riscatto delle persone e ossigeno per l’intera società. Ripartiamo da qui, per una scuola e una politica alternativa.
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