Ci sono realtà nella nostra città nascoste e drammatiche. In questi anni ne ho conosciute in particolare due: la dimensione del carcere e la realtà del Cpr.
Abbiamo effettuato diversi sopralluoghi nei vari carceri milanesi. Che si trovino al centro (la casa circondariale di San Vittore) oppure ai margini della città (le due case di reclusione di Opera e Bollate, che amministrativamente competono al Comune di Milano; più l’istituto minorile Beccaria), restano comunque luoghi invisibili e al di fuori di quelle mura la città corre, lavora, fa affari, si incontra e fa festa, ignara di quanto succede là dentro e magari, anzi, rassicurata dal fatto che “certe persone” non siano tra i piedi. Finché non succede una tragedia. Allora, forse, qualcuno si pone qualche domanda.
L’ultima a Milano è accaduta proprio nel giorno in cui la città celebrava il santo Patrono con l’evento culturale più importante e partecipato: la Prima della Scala, proiettata su maxi schermi anche all’interno del Carcere di San Vittore e partecipata oltre che dai detenuti, anche da volontari, avvocati, enti del terzo settore che operano in questa realtà con un progetto di riscatto e di inclusione che fatica a ribaltare la situazione. E proprio nel bel mezzo della festa, un detenuto egiziano ha tentato il suicido nella sua cella ed è deceduto poche ore dopo all’ospedale.
Sale così a 65 il numero di suicidi in carcere nel 2023 nel nostro Paese. Nel 2022 aveva raggiunto la quota più alta mai vista prima, con ben 84 suicidi in carcere.
In particolare, il carcere di San Vittore è destinato ormai quasi esclusivamente a persone detenute in attesa di giudizio e soffre dei problemi più noti del sistema carcerario italiano: sovraffollamento, pessime condizioni igienico-strutturali, mancanza di attività trattamentali e ricreative e mancanza di spazi per queste attività. Inoltre, da novembre di questo anno nelle carceri italiane sono anche drasticamente diminuite le ore di apertura delle celle, facendo venir meno occasioni di socialità spontanea, non soggetta a una programmazione o a un controllo organizzativo. E nel carcere di San Vittore, i detenuti sono costretti a vivere fino a 21 ore al giorno in celle costruite per una o massimo due persone anche in cinque o sei persone, con un doppio letto a castello a tre piani che impedisce perfino l’apertura delle finestre e obbliga i reclusi a stare in piedi a turno.
Serve con urgenza ripensare il sistema carcerario e risolvere il problema dal sovraffollamento, non certo costruendo nuove carceri, ma applicando in modo più intensivo le misure alternative, che offrono un risultato statisticamente apprezzabile in termini di riduzione di recidiva di reato.
L’altro grande tema è il Centro per il rimpatrio (CPR) di via Corelli, dove la Procura della Repubblica sta procedendo a perquisizione e acquisizione di documenti per accertamenti sulla società che lo gestisce, essendo emerse forti violazioni dei diritti umani e condizioni ben oltre i limiti accettabili della vivibilità, senza un adeguato presidio sanitario, senza mediazione culturale e linguistica, senza il necessario sostegno psicologico e psichiatrico, senza un servizio legale e attività sociali e religiose.
Mi ero già espressa su questo tema (leggi CPR, abbiamo un problema), perché è grave che esista un luogo in cui le persone vengono sostanzialmente private della libertà senza aver commesso alcun reato e senza una sentenza. Una detenzione amministrativa oggetto di fortissimi dubbi di incostituzionalità e portata a 18 mesi dal governo Meloni.
In questi mesi sono seguite indagini giornalistiche come quella di Altraeconomia e di associazioni di settore come il NAGA e finalmente ora si sta indagando seriamente sulla situazione presso il CPR di Via Corelli per le ipotesi di reato, di frodi nelle pubbliche forniture e turbata libertà degli incanti nei confronti della società che lo gestisce. Il Partito Democratico ha presentato e votato in Aula la richiesta di chiusura del CPR di via Corelli, almeno fino alla fine delle indagini della Procura, al fine garantire che nessuna persona debba vivere in tali condizioni senza il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali.
È un bene che si faccia definitivamente luce su questo buco nero, ma serve al contempo un ripensamento radicale della disciplina che riguarda i centri per rimpatrio. Altrimenti si sposta semplicemente il problema. Magari in Albania, per non vederne direttamente le conseguenze.








